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La Brexit e gli effetti su Energia e Ambiente

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fissata per il 29 marzo 2019, è sempre più vicina e lo scenario che si prospetta è quello di un “No deal”, ovvero l’uscita dall’Unione europea senza aver negoziato alcun accordo specifico. Ai sensi dell’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, ogni Stato membro può notificare al Consiglio europeo la sua volontà di uscire dall’Unione e un accordo di ritiro viene negoziato tra l’Unione e lo Stato. Laddove il consenso non dovesse essere raggiunto, i rapporti commerciali tra le parti saranno regolati dal principio most favoured nations dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo principio prevede di esercitare parità di trattamento tra tutti i paesi con i quali non si hanno accordi di libero scambio o di unione doganale.

A che punto siamo? 

Lo scorso 15 gennaio, il Parlamento inglese ha bocciato l’accordo Brexit, il quale era stato, invece, approvato dai leader dell’Ue a novembre 2018. Questa decisione rende sempre più realistico lo scenario tanto temuto del “No deal”, dal momento in cui il voto favorevole del Parlamento inglese era necessario

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perché diventasse effettivo. Immediata è stata la risposta di Juncker, Presidente della Commissione Europea, il quale si è dimostrato estremamente contrario e ha dichiarato che se un “No deal” dovesse accadere avrebbe terribili conseguenze economiche e sociali sia nel Regno Unito sia sul continente. Il successivo 29 gennaio, la House of Commons ha approvato una mozione con la quale impegna il Governo britannico a riaprire i negoziati con l’obiettivo di rivedere la clausola cosiddetta backstop. Anche in questo caso, la risposta dell’Ue non si è fatta attendere, dichiarando che quest’ultima fa parte del concordato e non potrà essere modificata.

Date le forti preoccupazioni che stanno coinvolgendo l’Unione, alcuni Stati, come Germania e Francia, si sono dotati di legislazioni di emergenza nel caso in cui la vicenda si dovesse concludere senza accordo. In merito a questo, l’Italia il 20 febbraio 2019 ha deliberato lo svolgimento di un’indagine conoscitiva sui negoziati relativi alla Brexit e sul relativo impatto per l'Italia. Diversi sono gli scenari che si potranno presentare. Tra questi:

  • la possibilità della richiesta di una proroga del termine dei due anni previsto dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea, che dovrebbe essere decisa all'unanimità dal Consiglio europeo, a seguito di un'eventuale richiesta formulata dal Regno Unito;
  • un secondo referendum, come proposto in questi giorni da parte del Partito Laburista;
  • la revoca unilaterale da parte da parte del Regno Unito in merito alla recessione dall’Unione Europea;
  • la rinegoziazione dell’accordo di recesso e un secondo voto del Parlamento.
  • l’opzione di un’uscita dall’Unione senza alcun tipo di accordo.

Al momento l’ipotesi della rinegoziazione dell’accordo di recesso e un secondo voto del Parlamento sembra essere molto lontana dalla sua realizzazione. Data la situazione attuale, in cui il Parlamento inglese si dimostra contrario alle proposte del Governo di Theresa May, la preferenza sembra ricadere proprio sull’opzione più temuta, ovvero quella del “No deal”, che determinerebbe netti cambiamenti e preoccupanti conseguenze per entrambi le parti. 

Focus: Energia e Ambiente

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Tra i temi che saranno soggetti a cambiamenti in seguito alla Brexit, ci sono l’Energia e l’Ambiente. Come di norma, l’Unione stabilisce politiche comuni per tutti gli Stati membri. La politica dell’Unione in materia di Ambiente si fonda sui principi della precauzione, dell’azione preventiva e del “chi inquina paga”, stabilito dalla Direttiva sulla responsabilità ambientale. Ai paesi dell’Unione è richiesto di rispettare standard tra i più alti al mondo; proteggere e conservare il capitale naturale dell’Unione; abbassare le emissioni di carbonio. Inoltre, l’Unione svolge un ruolo primario in termini di cooperazione internazionale, in quanto firmataria del Protocollo di Kyoto e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

Cosa cambia?

Strettamente inerente alle politiche ambientali, vi è l’aspetto energetico. Il Consiglio europeo ha deliberato una politica energetica globale che prevede il raggiungimento di determinati obiettivi entro il 2030. Tra questi l’aumento di energia da fonti rinnovabili, la riduzione dell’effetto serra e un miglioramento dell’efficienza energetica. Inoltre, gli Stati membri fanno parte del progetto Horizon 2020, principale strumento UE per promuovere la ricerca nel settore dell’energia. All’interno dell’Unione vige il libero scambio di gas ed elettricità. La Gran Bretagna ricopre un ruolo fondamentale, in quanto è il paese di transito per gli scambi tra l’Irlanda e l’Europa continentale e tra la Norvegia e l’Unione europea. In termini energetici, non si può non menzionare il ruolo del nucleare. L’Unione è governata in materia dall’Euratom, organizzazione che si occupa di regolare l’industria nucleare, di salvaguardare il trasporto di materiali nucleari e di avviare nuovi progetti di ricerca. Rimane, però, a discrezione del singolo stato, la possibilità di decidere se includere il nucleare nel suo mix energetico o meno. In seguito all’incidente di Fukushima nel 2011, l’Unione ha emendato la Direttiva sulla sicurezza nucleare, risalente al 2009, stabilendo regole comuni in merito alle istallazioni nucleari.

Se si dovesse configurare uno scenario “no deal” le norme e gli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali non subirebbero effetti, mentre in tema di sanzioni e di responsabilità, la Gran Bretagna, non sarebbe più vincolata a rispettare le misure poste dall’Unione a tutela del diritto internazionale ambientale. In termini energetici, l’uscita della Gran Bretagna senza un accordo determinerebbe un aumento dei prezzi dell’elettricità e del gas e il Regno Unito si ritroverebbe fuori dal mercato interno dell’energia. Questa situazione non porterà ad un’immediata interruzione dei ponti energetici con il continente, ma opereranno in termini inefficienti. Il vero problema che emerge è la questione dell’Irlanda, la quale si troverà a dover affrontare due fronti. In primis, il paese potrebbe trovarsi a dover sostenere il problema di sicurezza energetica, in quanto il 42% del suo fabbisogno di gas proviene dalla Scozia. Inoltre, si porrà l’interruzione del funzionamento del Single Electricity Market (SEM), il quale era stato istituito con l’Irlanda del Nord per permettere il libero scambio di energia sull’isola.

In materia nucleare, la Brexit porterà numerosi cambiamenti. Poiché il Regno Unito diventerà paese terzo, la conclusione di contratti relativi all’esportazione di materie nucleari prodotte nell’Unione dovrà essere autorizzata dalla Commissione. Inoltre, per l’importazione e l’esportazione di prodotti nucleari da e verso il Regno Unito saranno necessarie procedure speciali previo il consenso del paese. Infine, la libera circolazione di prodotti e di personale qualificato non sarà più possibile.

Clicca per scaricare l’avviso ai portatori di interessi sul recesso del Regno Unito e acquis Euratom redatto dalla Commissione europea

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Speciale Brexit Energia e Ambiente