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Aggiornato il 21 May 2019 8:01 am

La Brexit e gli effetti sulla sanità

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, fissata per il 29 marzo 2019, è sempre più vicina e lo scenario che si prospetta è quello di un “No deal”, ovvero l’uscita dall’Unione europea senza aver negoziato alcun accordo specifico. Ai sensi dell’Art. 50 del Trattato sull’Unione Europea, ogni Stato membro può notificare al Consiglio europeo la sua volontà di uscire dall’Unione e un accordo di ritiro viene negoziato tra l’Unione e lo Stato. Laddove il consenso non dovesse essere raggiunto, i rapporti commerciali tra le parti saranno regolati dal principio “Most Favoured Nations” dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo principio prevede di esercitare parità di trattamento tra tutti i paesi con i quali non si hanno accordi di libero scambio o di unione doganale.

A che punto siamo?

Lo scorso 15 gennaio, il Parlamento inglese ha bocciato l’accordo Brexit, il quale era stato, invece, approvato dai leader dell’Ue a novembre 2018. Questa decisione rende sempre più realistico lo scenario tanto temuto del “No deal”, dal momento in cui il voto favorevole del Parlamento inglese era necessario perché l’accordo diventasse effettivo. Immediata è stata la risposta di Juncker, Presidente della Commissione Europea, il quale si è dimostrato estremamente contrario e ha dichiarato che se un “No deal” dovesse accadere avrebbe terribili conseguenze economiche e sociali sia nel Regno Unito sia sul continente. Il successivo 29 gennaio, la House of Commons ha approvato una mozione con la quale impegna il Governo britannico a riaprire i negoziati con l’obiettivo di rivedere la clausola backstop per evitare il ritorno ad un confine fisico tra Repubblica d'Irlanda e Irlanda del Nord. Anche in questo caso, la risposta dell’Ue non si è fatta attendere, dichiarando che quest’ultima clausola fa parte del concordato e non potrà essere modificata.

Date le forti preoccupazioni che stanno coinvolgendo l’Unione, alcuni Stati, come Germania e Francia, si sono dotati di legislazioni di emergenza nel caso in cui la vicenda si dovesse concludere senza accordo. L’Italia, il 20 febbraio 2019, ha deliberato lo svolgimento di un’indagine conoscitiva sui negoziati relativi alla Brexit e sul relativo impatto per l'Italia. Diversi sono gli scenari che si potranno presentare. Tra questi vi sono la possibilità della richiesta di una proroga del termine dei due anni previsto dall'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea, che dovrebbe essere decisa all'unanimità dal Consiglio europeo, a seguito di un'eventuale richiesta formulata dal Regno Unito; un secondo referendum, come proposto in questi giorni da parte del Partito Laburista; la revoca unilaterale da parte da parte del Regno Unito in merito alla recessione dall’Unione Europea; la rinegoziazione dell’accordo di recesso e un secondo voto del Parlamento. Si aggiunge a questi scenari anche l’opzione di un’uscita dall’Unione senza alcun tipo di accordo. Data la situazione attuale, in cui il Parlamento inglese si dimostra contrario alle proposte del Governo di Theresa May, l’ipotesi più probabile sembra essere proprio quella più temuta, ovvero il “No deal”, che determinerebbe netti cambiamenti e preoccupanti conseguenze per entrambi le parti.

Focus: Sanità

brexit sanità

Essendo parte dell’Unione europea, gli Stati membri sono soggetti a numerose facilitazioni che non si limitano esclusivamente al settore commerciale. Una delle aree più importanti nell’Ue e che sarà più colpita dall’uscita del Regno Unito è la Sanità. Nonostante ogni singolo Stato abbia la propria sanità nazionale, l’Unione europea garantisce il libero scambio di medicinali e apparecchiature mediche, attraverso l’armonizzazione delle procedure nazionali per le relative autorizzazioni. Assicura, inoltre, il principio di assistenza reciproca attraverso la libertà di movimento, sia di pazienti sia di medici, in tutto il territorio.

L’Unione ha dato vita ad un ciclo di programmi per la salute, che sono strumenti di finanziamento per favorire la cooperazione tra gli Stati membri e per sostenere e sviluppare le iniziative ed attività dell’Unione. Il programma prevede la promozione della salute e la prevenzione delle malattie; la protezione delle minacce sanitarie transfrontaliere, attraverso la costante collaborazione tra i paesi e lo scambio di informazioni; la facilitazione dell’accesso all’assistenza sanitaria europea.

Cosa cambia

L’Epfia (European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations) ha attivato una taskforce per coordinare il lavoro delle industrie farmaceutiche in Europa in previsione della Brexit. In una nota, ha dichiarato le sue priorità:

  • stabilire un sistema di immigrazione che assicuri il libero movimento di esperti tra l’Unione e il Regno Unito;
  • mantenere le collaborazioni scientifiche anche dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE;
  • assicurare il mutuo riconoscimento di autorizzazioni, test clinici e regolamenti;
  • attuare leggi farmaceutiche comuni.

Dato che la prospettiva del “No deal” sembra essere sempre più realistica, l’Efpia ha pubblicato un position paper sulle possibili conseguenze di questa decisione: si potranno riscontrare ritardi negli scambi di medicinali, dovuti ai nuovi accordi di frontiera; interruzioni della fornitura di medicinali prodotti e testati in Gran Bretagna. Date le numerose conseguenze, l’industria farmaceutica ha richiesto ai negoziatori di: concordare misure per continuare a riconoscere i test realizzati nel Regno Unito almeno fino a quando non potranno essere traferiti nell’Unione; di mantenere la partecipazione del Regno Unito alle banche dati di prevenzione e controllo sui medicinali; di esentare dai controlli doganali e di frontiera i medicinali e materiali di sperimentazione clinica, ed anche le materie prime. Oltre a questi elementi, l’uscita dall’Unione determinerà la restrizione al libero movimento dei lavoratori, i quali godono del mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali; la limitazione dei servizi sanitari a cui gli expats sia britannici sia europei avranno accesso; la diminuzione dei fondi europei per la Ricerca.

La Brexit ha già prodotto dei cambiamenti visibili sia dal punto di vista logistico, come il trasferimento della sede dell’EMA (European Medicines Agency) da Londra ad Amsterdam, sia dal punto di vista commerciale. Proprio su quest’ultimo tema, l’EMA ha preparato una guida rivolta alle agenzie farmaceutiche, responsabili della produzione di medicine ad uso umano e veterinario, per far fronte all’uscita del Regno Unito. Oltre a ciò, la Commissione Europea, come già richiesto dal position paper realizzato dall’Efpia, ha pubblicato una lettera che dà un chiaro mandato all’EMA e alle autorità nazionali nel permettere una deroga per i medicinali testati in Gran Bretagna fino a quando i test di controllo e sicurezza non potranno essere realizzati nei paesi dell’Unione.

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