Meloni punta al dossier interni, vertice a Chigi sulla sicurezza

Giorgia Meloni in questa fase ha messo in cima alla sua agenda i dossier di politica interna. Lo dimostra l'input dato agli uffici di Palazzo Chigi e ai Ministeri di eseguire uno screening degli obiettivi e dei provvedimenti rimasti in sospeso, per individuare quelli da portare a termine prima della fine della legislatura. Inoltre ha convocato una riunione, al ritorno da Ankara, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani e alcuni Ministri per affrontare il tema della sicurezza, estesa anche al caos lungo le linee ferroviarie, tra le cui cause il leader leghista ha indicato anche “il terrorismo”, oltre a “disagi, chi ruba rame, chi trancia cavi”. Il confronto si è tenuto nel pomeriggio, all'indomani del vertice Nato in Turchia, dove Meloni ha sostanzialmente annunciato un cambio di passo spiegando che lunedì, per occuparsi dei “dossier in patria”, si farà rappresentare dal vicepremier Antonio Tajani al vertice dei Volenterosi sull'Ucraina a Parigi. Lo scenario globale continua a destare preoccupazione nel Governo.

Ma in Italia la politica è entrata in una nuova fase. Dentro la maggioranza si parla apertamente di campagna elettorale. Nei sondaggi si constatano, fra l'altro, la critica che monta verso Donald Trump, con cui Meloni ha congelato il rapporto, nonché la crescita di FN e dell'appeal dei cavalli di battaglia di Roberto Vannacci, a partire dalla remigrazione; il generale, ribadisce Giovanni Donzelli, per FdI è “un avversario”, è “tra coloro che vogliono far cadere il primo governo di destra”. Dopo la selezione dei provvedimenti rimasti in sospeso arriverà la decisione politica di scegliere quelli su cui puntare negli ultimi mesi di governo. Facile scommettere che qualcuno riguarderà la sicurezza (tema che s’intreccerà con quello dell'aumento delle spese per la difesa) o l'immigrazione, dossier su cui la premier rivendica un impatto in Ue anche alla luce della proposta della Commissione di un nuovo regime di sanzioni contro il traffico di migranti: “Volevamo cambiare l'approccio europeo sull'immigrazione, renderlo più concreto, più responsabile e più attento alla sicurezza dei cittadini. I fatti dimostrano che questa direzione sta prendendo forma”.

Per l'esecutivo è anche la fase che precede la legge di bilancio, l'ultima della legislatura. Se a settembre l'Italia dovesse uscire dalla procedura d’infrazione, e a maggior ragione se calassero le tensioni in Medio Oriente, potrebbe essere espansiva, al netto del fatto, sottolineano dentro FdI, che sarà l'ultima in cui impatteranno le spese per il superbonus. In parallelo prosegue il confronto con la Commissione Ue per la definizione delle misure che potranno beneficiare della flessibilità aggiuntiva concessa per la crisi energetica. Meloni deve fare anche i conti con il pressing degli alleati su alcuni dossier: la Lega, per esempio, ha presentato una proposta di legge sulla Zes al Nord, che richiede “una copertura prevista di 3 miliardi”.

Sì del Parlamento Ue ai negoziati sull'euro digitale; Lega e FN contro

L'euro digitale è sempre più vicino a diventare realtà. Il Parlamento Ue ha adottato la sua posizione e dato il via libera ai negoziati istituzionali sui tre dossier del pacchetto moneta unica: euro digitale, fornitura dei servizi di pagamento da parte di Stati non nell'eurozona e il tetto al contante. Il cammino per dotare l'Ue di un mezzo di pagamento autonomo, liberandola dal predominio degli operatori Usa come Visa, Mastercard, PayPal, Apple Pay e Google Pay, è tracciato. Sotto l'egida dell'eurodeputato relatore Fernando Navarrete (Ppe), già il 13 luglio potranno partire i colloqui con il Consiglio Ue, che ha adottato la sua posizione a dicembre. Nel testo approvato dalla plenaria si fa riferimento all'euro digitale come “una nuova forma di moneta elettronica emessa dalla Bce e che funzionerebbe sia online che offline”, in cui la privacy è garantita con “transazioni verificate senza esporre dati personali” assieme al diritto a “servizi di base gratuiti”, come l'apertura di un conto, la detenzione e gestione dei fondi e l'accesso ad almeno uno strumento di pagamento.

Gli eurodeputati sostengono che la “maggior parte delle imprese sarebbe tenuta ad accettare l'euro digitale”, mentre farebbero eccezione i lavoratori autonomi e le piccole e microimprese. Plaude la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, che traccia il percorso del nuovo strumento: “Una volta che i triloghi saranno finiti, la Bce comincerà il suo lavoro tecnico e di testing”. Nei piani dell'Eurotower, il 2027 dovrebbe vedere l'avvio del progetto pilota con prestatori di servizi di pagamento selezionati, fino a tutto il 2028 è prevista la fase di test e implementazione e infine nel 2029 potrebbe vedere la luce la prima emissione dell'euro digitale. Nel voto all'Eurocamera non è passata inosservata la bocciatura da parte delle forze sovraniste e nazionaliste. Si sono espressi a favore i popolari, socialisti, liberali, verdi e sinistra (Forza Italia, Pd, M5s, Azione e Avs), mentre i Patrioti (con la delegazione della Lega) ed Europa delle nazioni sovrane con il leader di FN Roberto Vannacci si sono schierati contro. I conservatori europei hanno votato contro, tranne la delegazione di FdI che ha appoggiato il testo.

Sui bond comuni la Spagna spacca l'Eurogruppo, Italia a favore

Una presa d'atto a dir poco tiepida e un avvertimento: “Attenti alla sostenibilità di bilancio”. L'applicazione della deroga al Patto per la difesa anche alle spese energetiche non sembra aver entusiasmato più di tanto l'Eurogruppo. La scelta è della Commissione Ue e non spettava ai Paesi di Eurolandia approvarla o meno, a livello formale. Spetterà a loro, tuttavia, approvare i piani nazionali che i singoli Paesi presenteranno includendo le spese per l'energia. Non sarà un esame scontato. “Le misure anticrisi siano temporanee e mirate, la sostenibilità del bilancio va mantenuta”, è la linea messa nero su bianco nella dichiarazione finale dell'Eurogruppo: il peso dei Frugali all'interno del consesso evidentemente si è fatto sentire. E forse non ha rasserenato il clima la proposta con cui la Spagna si è presentata al tavolo: prevedere l'emissione di bond europeo fino a 850 milioni l'anno, creando di fatto una sorta di “safe asset”, un titolo comune che, secondo Madrid, rafforzerebbe il ruolo internazionale dell'euro, ridurrebbe i costi di finanziamento e favorirebbe l'integrazione dei mercati dei capitali senza aumentare il debito pubblico complessivo dell'Ue.

“Ciò che proponiamo è una maggiore efficienza al momento di emettere debito. Abbiamo calcolato che l'incremento di emissione congiunta che consentirà la nostra proposta permetterà un risparmio di 25 miliardi nell'insieme dell'Unione”, ha spiegato il vicepremier con delega all'Economia Carlos Cuerpo. Per Madrid una simile iniziativa, in linea con il rapporto Draghi, darebbe una spinta agli investimenti, permettendo ai Paesi di dirottare risorse sulle priorità nazionali. Non a caso, tra i (pochi) Paesi a sostenere la Spagna c'è stato il Governo italianorappresentato dal ministro Giancarlo Giorgetti. “Vediamo positivamente la proposta, pur nella difficoltà di proposte di questo genere nell'ambito dell'Ecofin e nell'ambito europeo”, hanno spiegato fonti del Mef. Il parere dell'Italia non è entrato nei dettagli, così come quello della Francia che si è detta anche lei prudenzialmente favorevole all'iniziativa di Cuerpo. A esprimersi a favore anche davanti ai microfoni è invece stato il Portogallo. Fermisssimo, invece, il no dei Frugali. 

Salvini apre alle preferenze: “Non abbiamo precondizioni”

Nella partita a scacchi sulla legge elettorale la novità di giornata è l'apertura o meglio la dichiarazione di non belligeranza di Matteo Salvini sulle preferenze, che si accompagna, però, a un generale rinvio della questione a ciò che deciderà il Parlamento forse anche perché il finale di partita resta incerto. “Le Camere sono sovrane”, è, la formula alla quale i politici di norma rinviano quando la vittoria parlamentare non è certa, un po' come accade quando il Governo, nel dare il proprio parere a una proposta di modifica, si rimette all'Aula. E sembra siamo a questo punto sulla riforma elettorale e sulle preferenze, nonostante gli sherpa continuino a lavorare e nonostante, appunto, si registri qualche apertura da parte della Lega alla modifica caldeggiata dai meloniani. “Io sono sempre stato eletto con le preferenze sia a Milano sia a Bruxelles” sottolinea Salvini “ma questo non toglie e non aggiunge nulla. I tecnici sono al lavoro. Non abbiamo precondizioni”. Una posizione, dunque, non preconcetta, almeno in chiaro anche se sul punto esiste qualche resistenza interna ai leghisti. Forza Italia resta dubbiosa.

La riunione degli sherpa a via della Scrofa per il momento non ha sciolto i nodi. Ma si continua a lavorare e non si può del tutto escludere che il tema sia stato in qualche modo toccato a margine della riunione che ha avuto al centro la sicurezza tenutasi a Palazzo Chigi con la premier, i suoi vice e alcuni Ministri. “Sulle preferenze” ribadisce il responsabile organizzazione di FdI Giovanni Donzelli “l'obiettivo è presentare un emendamento comune sostenuto da tutto il centrodestra. Vediamo cosa farà il Pd in Aula. FdI sa cosa fare”. Da capire, però, cosa accadrà se l'intesa non verrà raggiunta: FdI sarà al bivio tra presentare una propria proposta di modifica o rinunciare. Ad ogni modo nella maggioranza si moltiplicano i ragionamenti sul fatto che la decisione finale spetta comunque all'Aula, lo sottolinea il leader di FI Antonio Tajani. Alla legge elettorale “si stanno dedicando i rappresentanti dei partiti in Parlamento. Non sceglie Meloni, non sceglie nessuno, è il Parlamento che sceglie”. I tecnici proseguiranno nel loro lavoro e nelle loro interlocuzioni anche nei prossimi giorni con la deadline del temine per gli emendamenti di lunedì.

Le opposizioni intanto preparano la battaglia d'Aula. E lanciano un altolà mentre sembra sempre più concreta la possibilità che il centrodestra modifichi i collegi del voto Estero. “Sarebbe un autentico colpo di mano” sottolinea il dem Federico Fornaro, “inaccettabile sia sotto il profilo del metodo (emendamento mai discusso in Commissione e presentato direttamente in Aula) sia di aperta violazione del principio costituzionale della rappresentanza. La maggioranza ci ripensi altrimenti troverà in Aula e in tutte le sedi una durissima opposizione”. “Lo scontro in Aula sarà durissimo”, avverte anche Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in Commissione Affari Costituzionali proprio a partire da questo punto e dal voto dei fuori sede. “Mi auguro che ci possa essere un clima sereno, di confronto anche di scontro ma sempre composto e non solo perché presiederò le sedute la prossima settimana...”, sottolinea il vicepresidente di FdI Fabio Rampelli che, tra l'altro, da sostenitore della prima ora delle preferenze, fa un invito: “Il voto sia palese”.

Dopo Napoli i riformisti attaccano Conte sulla Russia

Dopo il palco del campo largo a Napoli, monta la polemica per un passaggio anti-riarmo del leader del M5S Giuseppe Conte: “Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti”. Parole altamente indigeste per l'ala riformista del Pd e non solo. “Come possiamo far finta di niente?” attacca l'eurodeputato dem Giorgio Gori “Non lo ha detto a casa sua, ma ieri a Napoli dal palco di una manifestazione ufficiale (di una parte) della coalizione con cui ci accingiamo a sfidare il centrodestra”. Ma è Carlo Calenda a sferrare l'attacco più pesante: “Quanto ancora ritenete di poter tacere su questo scempio del vostro principale alleato?”, la domanda rivolta, tra gli altri, ad Elly Schlein, Paolo Gentiloni, Graziano Delrio, Simona Malpezzi e Filippo Sensi. Proprio ai riformisti e ai cattolici “rimasti senza casa” si rivolge anche Antonio Tajani, nel lanciare la campagna adesioni di FI: “Nel campo largo, che poi è un campo stretto, si sentono solo parole di estrema sinistra. Pensiamo a Conte sulla questione russa. Noi diciamo che casa vostra è questa”. Nessuna reazione alle critiche né da Campo Marzio, né dal Nazareno impegnato a martellare “la legge elettorale di Meloni, che sta trascurando tutto il resto”.

A prendere le parti di Conte, arrivano, però i leader di rossoverdi: “Io non sono scandalizzato” dice Angelo Bonelli, “Putin rappresenta un problema perché ha determinato un'invasione criminale e so che Conte dà lo stesso giudizio”, il tema è “se siamo disponibili ancora oggi a dire sì alla follia del 5% del Pil per le spese in armamenti che sono insostenibili”. Il capo del M5S “ha detto che, dal suo punto di vista, non siamo di fronte a una minaccia militare della Russia e che questo quadro non giustifica una folle corsa agli armamenti” ribadisce Nicola Fratoianni: “Siamo contro la corsa agli armamenti”. Intanto, si registra l'uscita di Bruno Tabacci, centrista storico, dal gruppo Pd per aderire al Misto. Lo fa con una lettera inviata al presidente Lorenzo Fontana e alla capogruppo Chiara Braga: “Ho condiviso, e continuerò a condividere, molte battaglie del Pd del cui gruppo parlamentare mi onoro di aver fatto parte. Ma oggi considero indispensabile contribuire alla costruzione di uno spazio politico diverso, capace di parlare anche a chi si riconosce nell'alternativa alla destra senza sentirsi rappresentato dal Pd”.

Sempre per quanto riguarda le parole di Conte sulla Russia, la vicepresidente del Parlamento Ue Pina Picierno se la prende in particolare con Schlein: “Il silenzio di fronte ad affermazioni così gravi è complicità”. “Conte, come un Vannacci qualunque”, rincara il vicesegretario di Azione Ettore Rosato. “Per Schlein i voti del M5S valgono più della coerenza, dell'amor di patria e della credibilità dell'Italia”, affonda l'azzurra Licia Ronzulli. Il caso diventa la miccia anche di una lite social, tra Calenda e il segretario Riccardo Magi, con il primo che accusa il segretario di Più Europa di aver fatto “l'imbucato sotto il palco di Napoli” e il secondo che gli rinfaccia di inciuciare con il centrodestra. Tacere sulle posizioni di Conte? “Talmente non ho taciuto che l'ho detto subito e lo dico ogni volta” risponde invece Filippo Sensi al leader di Azione, “e, se posso, senza il privilegio di essere fuori dalla costruzione di questa coalizione”. Il malcontento serpeggia. La dem Lia Quartapelle chiede una coalizione dalle “idee chiare” che oggi “purtroppo mancano” e “forse questo spiega anche perché sia mancato lo sforzo di includere da subito chi può portare sensibilità moderate, liberali, civiche”.

  1. Meloni punta al dossier interni, vertice a Chigi sulla sicurezza
  2. Sì del Parlamento Ue ai negoziati sull'euro digitale; Lega e FN contro
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