Cresce il costo dell’energia, oggi il Cdm sulle accise benzina

La guerra in Iran fa aumentare del 19% la bolletta del gas di marzo per gli utenti vulnerabili. Ma il rincaro dà un'idea di quello che è il mercato dell'energia oggi per tutti gli italiani. Sempre in tema di caro-energia, il 7 aprile scadrà il taglio delle accise sui carburanti, varato dal governo il 18 marzo scorso per calmierare i prezzi. Oggi è previsto un Cdmche dovrebbe prorogare la misura fino alla fine del mese. Al Mef stanno cercando le coperture: si parla di almeno 500 milioni di euro per la proroga. L'agenzia statale per l'energia, l'Arera, ha intanto reso nota la tariffa del gas per il mese di febbraio per gli utenti vulnerabili (2,3 milioni di famiglie a basso reddito, anziani, residenti in zone disagiate). Si tratta di 130,97 centesimi al metro cubo, contro i 109,85 di febbraio. Un aumento del 19,2%, dovuto alla guerra in Medio Oriente, che ha fatto schizzare la quotazione del metano a 52,12 euro al megawattora. 

A febbraio era 35,21 euro, ed era pure in calo rispetto a gennaio. Il 30 marzo scorso l'Arera aveva reso nota la tariffa dell'elettricità per i vulnerabili nel secondo trimestre del 2026. L'aumento era stato dell'8,1% rispetto al primo trimestre. Ma la guerra in Iran, oltre al metano, fa aumentare anche il petrolio. Il Wti ieri sale del 10,2%, a 110,38 dollari al barile, e il Brent arriva a 109,34 dollari, un +8%. Il gasolio rimane stabilmente sopra i 2 euro al litro, nonostante il taglio di 20 centesimi al litro delle accise deciso dal governo il 18 marzo scorso fino al 7 aprile. Un taglio che, provocando una riduzione dell'Iva, ha portato a un risparmio finale alla pompa di 25 centesimi. La misura ha dato un minimo di respiro ad automobilisti e camionisti, ma è costata allo stato 400 milioni di euro (presi da sanità e altri servizi) e non ha centrato l'obiettivo di tenere il gasolio entro 1,90 euro. Per questa mattina è fissato il Cdm che dovrebbe prorogare fino al 30 aprile il taglio delle accise. Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha detto che chiederà ulteriori aiuti per gli autotrasportatori. Ma il ministero dell'Economia deve trovare altri 500 milioni per finanziare la proroga. E se la guerra in Iran non dovesse finire entro aprile, neanche questi soldi basterebbero.

Il Governo si confronta su Dfp e abbassa le stime di crescita

Il governo di Giorgia Meloni lavora al testo del Documento di Finanza Pubblica, che verrà inviato alla Ue entro fine aprile. Il contenuto dovrebbe essere inevitabilmente influenzato dal contesto internazionale, con il nuovo conflitto in corso in Medio Oriente da oltre un mese che ha fatto nuovamente schizzare al rialzo i prezzi dell'energia. Il Documento è atteso nelle prossime settimane in Consiglio dei ministri. Ieri sera si è tenuto a Palazzo Chigi un vertice dedicato appunto al Dfp tra la premier, Giorgia Meloni, il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, i due vicepremier e leader di FI e Lega, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Il testo potrebbe contenere una revisione prudenziale delle stime sulla crescita del Pil per il 2026. Il Tesoro dovrebbe limare le cifre fino all'ultimo, visto lo scenario estremamente incerto. Nelle scorse settimane l'Ocse ha indicato per l'Italia una possibile crescita dello 0,4%, con un taglio rispetto allo 0,6% ipotizzato prima della guerra. Anche l'Fmi, a gennaio, aveva ritoccato la valutazione sui conti italiani ipotizzando una crescita dello 0,7%. Stessa stima formulata dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio che ha indicato una previsione dello 0,7%. 

S&P taglia Pil italiano a 0,4%. Monito di Panetta

Delusa la speranza di un accordo con l'Iran a breve, il petrolio vola oltre i 110 dollari e innesca una caduta delle Borse: lo shock energetico fa temere un impatto sull'economia che secondo il Wef riecheggia la recessione da Covid, con S&Pche dimezza la sua stima sulla crescita italiana a 0,4%. E dal governatore di Bankitalia Fabio Panetta arriva il monito sulla stabilità finanziaria e lo spread: occorre mantenere la buona percezione “sulla tenuta della finanza pubblica italiana”, che “fino a ora ci ha tenuto al riparo”: una “condizione importante da tenere a mente anche per il futuro” perché una diversa percezione del rischio da parte degli investitori globali può “tradursi rapidamente in tensioni sui titoli sovrani e nei flussi di capitale”.

E “se si sommano la crisi politica, quella energetica e quella finanziaria “la situazione diventa particolarmente delicata”. È l'effetto della guerra all'Iran. Il discorso alla Nazione di Donald Trump, anziché far intravedere un accordo con Teheran, punta a trascinare l'Europa nel conflitto. La promessa di “colpire duro” l'Iran nelle prossime settimane sa di escalation. Il petrolio Wti schizza così fino a 114 dollari al barile aggiornando i massimi dal 2022 e accorciando le distanze dal record del 2008, prima di frenare in area 110. S'innesca una corsa alle vendite in Borsa. È in questo scenario, col presidente Trump che pare impantanato in Iran, che Fabio Panetta, a una conferenza del ministero degli Esteri sulla sicurezza economica, evoca preoccupazioni per “possibili ripercussioni sulla stabilità finanziaria”. 

Spiega che “in presenza di volatilità e incertezza elevate, le fragilità preesistenti potrebbero trasformarsi in canali di amplificazione degli shock”. L'Italia, secondo il Global Economic Outlook di S&P Global Ratings, con un'impennata di circa 75 punti base dallo scoppio della guerra, è quarta fra le maggiori economie mondiali dopo Turchia, Sudafrica e Brasile, e prima in Europa, per l'impatto dello shock energetico sui rendimenti dei titoli di Stato. L'agenzia di rating vede nero per l'impatto della crisi energetica sull'economia italiana: se la Spagna tiene con un +1,9% di crescita nel 2026, e la Germania si difende grazie al suo stimolo di bilancio (0,8%), per l'Italia S&P ha dimezzato la stima di crescita ad appena 0,4%. L'impatto sul Pil, eguagliato solo dalla Gran Bretagna, è il più elevato, e la crescita attesa la più bassa fra tutte le economie analizzate. 

La Meloni considera chiuso il caso Piantedosi e guarda avanti

Per Giorgia Meloni ufficialmente il caso di Matteo Piantedosi si può considerare chiuso con l'incontro avuto con il ministro dell'Interno mercoledì pomeriggio, mentre montavano domande e incertezze dopo la rivelazione della giornalista Claudia Conte sulla sua relazione con il responsabile del Viminale. Sono ore di valutazioni ma “non c'è nulla di cui il governo debba preoccuparsi”, assicurano da Palazzo Chigi, dove la giornata della premier viene descritta all'insegna del dinamismo. E si è chiusa con un vertice con Matteo SalviniAntonio TajaniGiancarlo Giorgetti e Maurizio Lupi sul Documento di finanza pubblica. Arrivata a Palazzo Chigi prima del solito, Meloni ha affrontato uno dopo l'altro i dossier aperti più caldi. Contatti e riunioni sulla situazione del maltempo al Sud, un nuovo confronto con il ministro dell'Economia Giorgetti sulla proroga del taglio delle accise in arrivo domani in Cdm, una telefonata con il premier britannico Keir Starmer sulla crisi in Iran e la sicurezza dello Stretto di Hormuz, tema poi approfondito con Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto e i vertici dell'Intelligence. Mentre i ministri competenti si sono riuniti con il sottosegretario Alfredo Mantovano per valutare interventi su giovani, digitale e social, anche alla luce degli ultimi drammatici casi di cronaca. 

Mentre resta aperta la partita per le nomine dei vertici delle società partecipate. La giornata non ha riservato nuove sorprese rispetto al caso Piantedosi. Così, mentre le opposizioni attaccavano, i meloniani facevano sfoggio di tranquillità: a sinistra non hanno argomenti per insistere, la loro linea, non sono emerse criticità legate a spese e il ministro sembra molto tranquillo. Ai piani alti dell'esecutivo il caso viene gestito con cautela. Anche solo l'idea di qualche sotterfugio legato all'uomo incaricato di tutelare la legalità nel Paese può creare complicazioni, è uno dei ragionamenti, accompagnato dalla convinzione che, in base al quadro emerso finora, non sia all'ordine del giorno l'ipotesi di una sostituzione. Viene dunque escluso l'effetto “slavina” temuto in queste ore da alcuni esponenti di maggioranza. Fiducia e stima a Piantedosi sono ribaditi anche dalla Lega, che non ha nascosto in questi giorni di puntare al Viminale qualora si dovesse procedere a un rimpasto. E anche in quest'ottica il Carroccio non vedrebbe di buon occhio l'inserimento di Luca Zaia qualora venisse messo in discussione il posto di Adolfo Urso alla guida del Mimit. Di certo si lavora per dare una nuova guida al ministero del Turismo. 

Ha qualche chance il deputato di FdI Gianluca Caramanna, che mercoledì è stato a Palazzo Chigi con la capo di gabinetto del dicastero Erika Guerri e potrebbe essere quantomeno promosso a sottosegretario. Nel centrodestra c'è la convinzione che toccando più di due ministeri il Quirinale indicherebbe come obbligato un passaggio alle Camere per la fiducia. Il rimpasto è uno scenario che Meloni, assicurano fonti informate, è orientata ad evitare, anche per non amplificare mediaticamente le fibrillazioni di questa fase. Che stanno attraversando gli alleati, FI incluso, dove si attende dopo Pasqua un incontro tra Antonio Tajani e Marina Berlusconi e si complica la strada per i congressi locali in primavera. La premier vede l'appuntamento in Parlamento di giovedì prossimo come un'occasione di dimostrare che il suo governo non si è mai fermato. 

FdI insiste sulla stretta immigrazione-islamizzazione: fare come in Ungheria

FdI insiste e attacca su immigrazioneislamizzazione e sull’ascesa delle società parallele, presentando alla Camera un rapporto commissionato dalla Fondazione New Direction - Foundation for European Conservatism (del gruppo Ecr cui aderisce al Parlamento Ue il partito della premier Giorgia Meloni). Il dossier, già illustrato il 24 marzo in una conferenza stampa al Parlamento Ue, è sulle cosiddette no-go zones, cioè quelle aree dove, si sostiene, “sono nate società parallele”, permeabili alla “Sharia”, “soprattutto a causa dell'immigrazione di massa” di religione “musulmana” che produrrebbe “focolai” di “terroristi”. Nella sala stampa di Montecitorio ci sono l'europarlamentare Ecr Nicola Procaccini (presidente di New Direction), la responsabile Immigrazione di Fdi Sara Kelany che ha presentato un progetto di legge incardinato alla Camera contro il separatismo islamico e il direttore del Tempo Daniele Capezzone

“Non si tratta di ostilità verso l'altro da noi” dice Procaccini “non siamo né razzisti né xenofobi” ma “abdicare alla propria identità”, a causa di una “presenza massiva e pervasiva di immigrazione”, è un “errore catastrofico”. L'esponente di Ecr tiene infatti a puntualizzare che le dinamiche delle no-Go zone “non sono legate alla deprivazione economica”. È giunto il momento di “riconquistare le nostre città”. La sintesi di Capezzone: “l'integrazione può funzionare solo se l'immigrazione è limitata numericamente e individuale”, stigmatizzando così la comunità. Serve una “ferma politica contro l'immigrazione irregolare, la protezione delle frontiere e un occhio attento al fenomeno di separatismo e islamismo”, sostiene Kelany, elencando le priorità delle destre europee protagoniste, insieme al Ppe, del Patto Ue sull'immigrazione che entrerà in vigore a giugno. Il report prende in esame sette paesi dell'Ue (Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Svezia e Paesi Bassi). 

Per l'Italia sono state individuate tre zone a rischio “in tre grandi città amministrate dalla sinistra”: la stazione Termini a Roma, Quarto Oggiaro a Milano e il quartiere Aurora di Torino”. Per fortuna che l'Italia è il paese dei “mille campanili”, segnala Kelany e non solo di “periferie degradate di grandi città”. L'Ungheria di Viktor Orban, sotto l'attenzione dell'Ue per le limitazioni dello stato di diritto, è presa ad esempio da seguire, insieme alla Polonia. Un modello “sorprendente” che si baserebbe su tre pilastri: “un tasso di immigrazione costantemente basso, bassi livelli di criminalità violenta e assenza di terrorismo islamista”. Ungheria e Polonia, si ricorda nel report, “hanno fermamente respinto le quote di ricollocazione dei migranti dell'Ue durante la crisi del 2015” e avrebbero ottenuto “benefici visibili in termini di stabilità sociale”. 

Dem attaccano Conte su leadership e incontro con Zampolli

Elly Schlein non cade nella trappola delle polemiche tra alleati, ma si schiera con chi, come Angelo Bonelli, frena sulle primarie e chiede un incontro ai vertici del campo largo per partire dai contenuti. “Do da subito la mia disponibilità a vederci”, dice la segretaria dem. Poi, “se” ci saranno primarie di coalizione, “sono assolutamente disponibile”. Ma nel partito l'attivismo del leader 5 stelle non viene visto di buon occhio e sono diversi i democratici che pungono sulla leadership del campo progressista e sul pranzo con l'inviato speciale di Trump Paolo Zampolli. Da parte sua Giuseppe Conte tira dritto e rilancia sulla consultazione popolare per scegliere il candidato premier: “Chiamiamo tantissimi a partecipare e a contribuire anche alla scelta del leader che può essere più competitivo”. Parole che, vista la tradizione del M5S, rimandano subito all'opzione del voto online per ampliare la platea della partecipazione alle primarie. Intanto continua a far discutere l'incontro Conte-Zampolli

“I resoconti spiegano perché sia pericolosamente illusoria l'idea di un patto in cui in cambio di garanzie sulla linea politica il Pd cede la leadership a Conte”, attacca la dem Lia Quartapelle. Ancor più duro il senatore Filippo Sensisecondo cui il M5S “è un movimento di destra, populista, è stato anche sovranista, ed è stato anche al governo con la Lega”. Alle critiche aperte dei riformisti si sommano i mugugni silenziosi nel partito. Francesco Boccia, braccio destro della Schlein al Senato, si limita a sottolineare: “Zampolli non lo conosciamo. Il Pd non conosce lui. E viviamo bene così”. “Conte è un amico” spiega l'inviato di Trump “Abbiamo fatto un bellissimo pranzo” in cui non si è parlato di politica, “lui ha detto che la guerra deve finire, ma siamo tutti d'accordo, cominciando da Donad Trump, che è il presidente della pace”. Zampolli nega che si sia affrontato il tema di una candidatura a premier del leader pentastellato ma poi aggiunge: “Penso che se sta facendo questo lavoro, lo vorrà fare... ma lo penso io”. E forse, lo pensa anche Conte: “Con Zampolli ci siamo scambiati un po' di valutazioni. Forse ha voluto ascoltare effettivamente da un leader di una forza di opposizione come vede le cose in questo momento”. 

Nel frattempo, FdI va all'attacco: “In pubblico fa il tribuno del popolo, l’antiamericano” e “nel chiuso delle stanze, invece, cerca di accreditarsi come l'amico degli Usa. È il solito “CamaleConte”: un leader con la doppia faccia”. “Non è colpa del M5S se Giorgia Meloni non è in grado di tenere la schiena dritta quando si tratta di fare gli interessi dell'Italia. L'unica cosa che potete chiedere a Conte è di darvi ripetizioni”, la replica dal Movimento. La possibilità delle primarie di coalizione nel centrosinistra resta legata a doppio nodo alla data del voto e alla legge elettorale, con la necessità (o meno) di presentare il nome del candidato premier insieme al programma di coalizione. I centristi da tempo hanno acceso i riflettori su Silvia Salis ma si parla anche di altri profili, da Gaetano Manfredi a Franco Gabrielli. Secondo alcune ricostruzioni anche nel partito democratico ci sarebbero correnti al lavoro per cercare un nome diverso da Schlein per sconfiggere Meloni alle urne.

  1. Cresce il costo dell’energia, oggi il Cdm sulle accise benzina
  2. Il Governo si confronta su Dfp e abbassa le stime di crescita
  3. S&P taglia Pil italiano a 0,4%. Monito di Panetta
  4. La Meloni considera chiuso il caso Piantedosi e guarda avanti
  5. FdI insiste sulla stretta immigrazione-islamizzazione: fare come in Ungheria
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