Prove di dialogo a Villa Taverna anche se Meloni non c’è
Il tradizionale ricevimento nella residenza dell’ambasciatore Usa Tilman J. Fertitta, che quest’anno celebra il 250° anniversario dell’indipendenza americana, va in scena senza alcun problema. Niente pioggia, tutto sereno, almeno in cielo, perché invece gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da tensioni sull’asse Roma-Washington, con numerosi botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni. La premier quest’anno ha deciso di non essere presente e in mattinata presiede il Cdm, poi si sposta a Padova per partecipare al congresso della Uil. Per il Governo ci sono i vice Matteo Salvini e Antonio Tajani, che intervengono sul palco, e poi quasi tutti i Ministri. Il primo ad arrivare è Francesco Lollobrigida, a seguire Giuseppe Valditara, Gilberto Pichetto Fratin, Orazio Schillaci, Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso e Guido Crosetto. Presente per l’esecutivo anche il sottosegretario Alfredo Mantovano e il presidente del Senato Ignazio La Russa che arriva all’evento una manciata di minuti prima del capo della segreteria politica di FdI Arianna Meloni, che si saluta col capogruppo dem a palazzo Madama Francesco Boccia e il neopresidente della Federcalcio Giovanni Malagò.
L’appuntamento, sottolinea quindi la seconda carica dello Stato, “riconferma che l'amicizia tra il popolo italiano e il popolo degli Stati Uniti non è soggetta a discussioni, a momenti, a prese di posizioni o a strumentalizzazioni. L'amicizia tra i nostri popoli è più forte di qualunque momento e resterà tale in ogni occasione. Certo è un'occasione questa che ci consente di ribadire che la pari dignità non è mai messa in discussione così come non è mai messa in discussione la reciproca volontà dei Governi americano e italiano di fare, ed è giusto che sia così, prima di tutto l'interesse della propria nazione. È questa visione che più di ogni altro accomuna oggi il Governo degli Stati Uniti e il Governo italiano”. A ricucire i rapporti sfilacciati sono chiamati sul palco anche Tajani e Salvini: il Ministro degli Esteri rimarca come “l’amicizia tra Italia e Stati Uniti è più forte di ogni polemica. Va oltre i rapporti personali, oltre le fasi più o meno dialettiche, ed è sempre stata contraddistinta dalla consapevolezza di una forte e necessaria solidarietà transatlantica”; sulla stessa lunghezza d’onda il segretario leghista.
A precedere gli interventi dei due vicepremier è Fertitta con parole dolci e dialoganti: “L'Italia è un partner e un'amica fidata, e i nostri legami si rafforzano ogni giorno. Crediamo che il rapporto con gli Alleati, come l'Italia, sia una delle pietre angolari della forza e della leadership degli Stati Uniti. Questa sera celebriamo la nostra partnership. Per questo sono particolarmente onorato di avere con noi tanti cari amici del Governo italiano”. Come annunciato, l’unico leader del ‘campo largo’ a presentarsi è Matteo Renzi. Non c’è neanche Roberto Vannacci. Per la Lega si vedono il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari e i deputati Stefano Candiani, Luca Toccalini e Stefano Locatelli. Tra i meloniani presenti anche il presidente dei senatori Lucio Malan e il deputato Gianluca Caramanna, mentre per FI ci sono il vicesegretario Roberto Occhiuto, Giorgio Mulè e Maurizio Gasparri.
Meloni ha partecipato al congresso della Uil: apertura su detassazione rinnovi
Al XIX congresso nazionale della Uil la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata protagonista della prima giornata dei lavori insieme al segretario generale Pierpaolo Bombardieri. La premier si è detta “d'accordo col segretario” nel trovare il Congresso “un grande esercizio di democrazia e di partecipazione” aggiungendo che si tratta di un “evento che non può lasciare indifferente chi ricopre incarichi istituzionali”. Il suo è stato il primo intervento sul palco dalla volta di Romano Prodi vent'anni fa e Meloni ha sottolineato: “Credo di essere l'unico presidente del Consiglio dei ministri ad aver partecipato nel corso del suo mandato ai congressi di tutte e tre le principali organizzazioni sindacali e penso che questo dica quanto il confronto con le parti sociali sia stato e sia per noi una cifra del lavoro, dell'attività, delle convinzioni di questo Governo”.
Illustrando la relazione a delegati e invitati, Bombardieri ha ribadito che “la sicurezza sul lavoro non è una questione per soli addetti ai lavori: riguarda tutti, è una questione culturale” e che “non ci fermeremo fino a quando ci sarà una sola persona che non tornerà a casa, non accetteremo mai che la logica del profitto a tutti i costi possa costare un sacrificio così grande”. Tra le rivendicazioni, ha chiesto al Governo, “sia pure in una situazione di bilancio che appare problematica, di considerare il rinnovo dei contratti una priorità” e “di prevedere penalizzazioni per i settori che non li rinnovino, oltreché per quelle aziende che usano la riduzione del costo del lavoro come strumento per la loro competitività”. Ha poi chiesto “di confermare la detassazione per i contratti che si rinnoveranno nel 2027 e nel 2028”.
Meloni ha quindi risposto positivamente: “Il Governo, ha spiegato, raccoglie un'istanza che è vostra e non solamente vostra: di garantire che questa misura possa essere confermata anche nella prossima legge di bilancio”. La premier ha anche sottolineato di sapere bene “che per anni lo Stato ha distribuito soldi a pioggia a tutti, anche a chi delocalizzava, a chi non rispettava le regole sulla sicurezza” e ha ribadito che il Governo ha “con coraggio, scelto di dire basta perché i soldi che lo Stato distribuisce” non sono soldi suoi, sono i soldi che raccoglie dalle tasse e dai sacrifici dei lavoratori di questa nazione e vanno spesi con equità, con responsabilità e con l'obiettivo di migliorare la condizione di vita delle persone nel mercato del lavoro”. Ciò secondo la Meloni “significa che quelle risorse devono essere destinate a chi applica contratti giusti e rispetta i diritti dei lavoratori. E tutto questo ci consente ovviamente anche di combattere quei contratti pirata che applicano condizioni sfavorevoli, quando non addirittura umilianti”.
Caos in vigilanza Rai si dimettono tutti, prima l'opposizione poi la maggioranza
Dopo quasi due anni di stop arrivano le dimissioni di massa in Commissione di Vigilanza Rai. La presidente Barbara Floridia e tutti i membri dell'opposizione hanno deciso di lasciare l'incarico per protesta contro “la paralisi imposta dalla maggioranza”, spingendo i rappresentanti delle forze di governo ad un gesto analogo con opposte motivazioni. Un rimpallo di responsabilità, dunque, come avviene ormai dall'autunno del 2024, quando andarono a vuoto i tentativi di eleggere alla presidenza della Rai la consigliera Simona Agnes, voluta da Fi. La minoranza chiedeva un nome condiviso e decise di non presentarsi in aula per impedire il raggiungimento dei due terzi dei voti. La maggioranza, rivendicando il diritto di scelta sul nome, rispose boicottando i lavori e impedendo di fatto ogni attività. A nulla è servito il richiamo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al pieno funzionamento degli organi di garanzia del Parlamento, così come gli appelli della minoranza ai presidenti delle Camere Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana.
L'opposizione sostiene che le dimissioni erano necessarie. “È una decisione sofferta ma inevitabile” sottolinea Barbara Floridia, “Ho dovuto prendere atto che restare e denunciare non è servito. Non mi resta che dare un segnale forte dinanzi all'arroganza e all'uso spregiudicato che questa maggioranza fa delle istituzioni”. “Mai vista un'occupazione così spregiudicata della Rai”, le fa eco il leader M5S Giuseppe Conte, che punta il dito contro la premier: “La responsabilità politica di questo sfacelo ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni”. “Le dimissioni sono un atto di responsabilità e un segnale di non complicità” aggiunge la segretaria dem Elly Schlein. “TeleMeloni deve tornare a essere la Rai di tutti i cittadini italiani”. “Anche noi, come le opposizioni, ci dimettiamo dalla Commissione di Vigilanza Rai che è stata occupata, sequestrata e strumentalizzata in maniera irresponsabile dalla sinistra” replicano i membri del centrodestra nella bicamerale.
“Questa ha sfruttato cinicamente la legge sulla Rai, che prevede una maggioranza a 2/3 per eleggere il presidente, che noi in questi mesi stiamo cercando di cambiare. Per quanto ci riguarda siamo disponibili a dare vita a una nuova Commissione con un nuovo presidente, a dare in tempi rapidi un presidente alla Rai”. Toccherà ai presidenti delle Camere il compito di provare a riformare la Commissione per quest'ultimo anno o poco più di legislatura, chiedendo i nomi dei componenti ai vari gruppi. L'opposizione appare, però, intenzionata a riproporre gli stessi parlamentari e la stessa presidente ed è probabile che si ricrei così una nuova fase di stallo. Da vedere, invece, cosa accadrà sul fronte della riforma della Rai in discussione in commissione al Senato, che potrebbe, appunto, consentire di eleggere il presidente a maggioranza semplice.
L’Italia dice ancora no al Safe sulla Difesa
Dal Governo viene ancora un “No all'utilizzo dei fondi Safe per le spese militari, anche se il ministro della Difesa Guido Crosetto lascia comunque una porta aperta: “Mi risultano tempi maggiori” di un mese per accedere al fondo Safe “e quindi potremmo magari usarlo per finanziare gli impegni del 2027”. Il nuovo rallentamento arriva a poche ore dopo la riunione a Palazzo Chigi tra i Ministri interessati e la premier Giorgia Meloni in vista del vertice Nato, e dal Governo fanno sapere che l'Italia attiverà il Safe solo quando la clausola di salvaguardia nazionale per derogare al Patto di stabilità per investimenti sulla difesa sarà richiesta e deliberata dal Parlamento. Da questa formula un po' criptica si evince però che difficilmente il Governo chiederà al Parlamento di attivarsi e dietro si cela la decisione di non fare ricorso allo strumento Ue che fornisce agli Stati prestiti a tassi molto agevolati per aumentare gli investimenti nel settore della difesa. Almeno non fino a settembre, quando l'Italia potrebbe uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ma probabilmente anche dopo.
In serata fonti della Difesa precisano ulteriormente: “Il Governo porterà l'approvazione dell'aumento di debito per le spese su Difesa ed energia in Parlamento e, qualora le Camere lo voteranno, si deciderà se l'aumento di spese per la Difesa verrà finanziarlo con il Safe o con i titoli di Stato, che a quel punto diventerebbe totalmente indifferente”. Immediate e inevitabili le critiche delle opposizioni. La questione è delicata, soprattutto in una fase nella quale sembra si sia già aperta una lunghissima campagna elettorale. Nel centrodestra sono sicuri che gli avversari siano pronti ad attaccare e il Safe, o meglio l'indebitamento per le armi, potrebbe essere il fianco debole. Tanto che il M5S fa già i calcoli su quanto dovrebbe arrivare in manovra per la Difesa: “Crosetto afferma di essersi accordato con Meloni e Giorgetti per recuperare il prossimo anno il mancato aumento delle spese militari che era previsto per quest'anno, pari allo 0,15 percento del Pil, sommandolo a quello di pari misura in programma per il 2027 e arrivando quindi a un più 0,3 percento. Significa che nella prossima manovra che verrà impostata in autunno ci troveremo circa 7 miliardi in più di spese per la Difesa”.
Vannacci apre a Meloni al Quirinale e rilancia sulle preferenze
Mentre la maggioranza non si espone, è Roberto Vannacci a tirare di nuovo in ballo tra il serio e il provocatorio l'ipotesi di Giorgia Meloni al Colle. “Meloni al Quirinale? Perché no, è una persona capace” osserva il generale spiegando di avere comunque anche propri nomi non politici e chiedendole inoltre di rivedere alcune delle sue posizioni e di imporsi sulle preferenze nella legge elettorale in Parlamento. Non è il primo richiamo che il leader di FN fa alla premier a impegnarsi su questo punto che viene reiterato dopo poche ore: “Il Parlamento tiri fuori gli attributi”. E non è certo un caso se il generale tira ancora una volta in ballo la riforma del sistema di voto diventata, ormai, materia incandescente nel centrodestra. La maggioranza, infatti, deve ancora trovare la quadra finale su alcuni punti del provvedimento a partire, appunto, da quello delle preferenze. I tecnici hanno ancora una settimana di tempo prima che, entro il 13 giugno, gli emendamenti siano presentati in Aula e, il giorno dopo, partano le votazioni: l'input venuto nella riunione degli sherpa di maggioranza di martedì scorso, alla quale si sono collegati per una parte anche i leader, è quello di andare avanti.
Ma l'impressione resta quella di un nodo più politico che tecnico con Lega ed FI che non hanno ancora sciolto i loro dubbi. Secondo alcuni rumors, tra l'altro, nella trattativa potrebbero entrare anche altre questioni come quella della richiesta, avanzata più volte dalla Lega, del Viminale per Salvini, anche se fonti parlamentari di maggioranza smentiscono l'ipotesi che questo sia un tema all'ordine del giorno anche perché aprirebbe a una serie di richieste da parte degli altri alleati e la premier non è certo intenzionata a un rimpasto. Al di là delle possibili trattative più o meno verosimili, in tutta la vicenda, poi, la variabile di FN non fa che contribuire alla fibrillazione e con essa, forse ancora di più con la riforma messa in campo dal centrodestra (col premio che ha sostituito i collegi), la maggioranza dovrà confrontarsi. Ma il generale non lesina attacchi nei confronti degli alleati di FdI: “Fi in Europa spesso vota col Pd, noi siamo nati per dialogare col centrodestra”, rivendica. Si tratta, a ben vedere, di una situazione che potrebbe dare luogo a spinte centripete.
Calenda già prova a tentare gli azzurri e ha depositato un emendamento alla riforma elettorale per innalzare dal 42 al 45% la soglia oltre la quale le coalizioni si aggiudicano il premio, una soglia sotto la quale, quindi, essendo abolito il ballottaggio, la distribuzione dei seggi è del tutto proporzionale. Resta insensibile alle 'sirene' del centro, invece, Matteo Renzi che mette tutti in guardia: “Meloni vuole farsi eleggere Presidente dal Parlamento per governare dal Colle. Quel Palazzo richiede equilibrio, rispetto delle Istituzioni, capacità di unire. Per questo siamo stati orgogliosi di aver eletto Sergio Mattarella, per questo faremo di tutto per evitare una Giorgia Meloni (o un Vannacci) al Colle. Ecco perché noi lavoriamo per un'alleanza di centrosinistra più moderata e meno ideologica rispetto al solo campo largo e al ‘blocco unico’ Avs-Pd-M5S”.
- Prove di dialogo a Villa Taverna anche se Meloni non c’è
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