Il centrodestra trova una prima intesa su preferenze e alternanza di genere
L'emendamento sulle preferenze al Senato sarà firmato da tutto il centrodestra, probabilmente dai capigruppo, e non solo da FdI, Noi Moderati e Udc come avvenuto alla Camera. Al termine di due ore di vertice nella sede di FdI a via della Scrofa tra gli sherpa di maggioranza sulla legge elettorale, la maggioranza fa trapelare poche righe che sono il sigillo a un’intesa che, per lo meno a Palazzo Madama, complice anche il voto che sarà palese, dovrebbe evitare ulteriori scivoloni sulla riforma del sistema di voto cara alla premier Giorgia Meloni. L'intesa è suggellata poi anche da un vertice a casa della premier Giorgia Meloni nel pomeriggio con Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi servito a fare un bilancio prima della pausa estiva. L'emendamento, spiegano fonti di maggioranza, sarà identico a quello bocciato a scrutinio segreto alla Camera per un solo voto (quindi capilista bloccati nei listini dei collegi plurinominali e fino a tre preferenze da scegliere in una lista di sei candidati, il cosiddetto modello toscano) “con una sola modifica per rafforzare maggiormente l'alternanza di genere, ivi compresi anche i collegi uninominali del Trentino Alto Adige”.
Per ora la modifica, secondo quanto si apprende, prevede che sulla scheda il candidato successivo al capolista sia di genere diverso, un ritocco che però non aggiunge nulla alla presenza femminile visto che i candidati successivi al capolista, unico nome bloccato, saranno eletti in ordine di preferenze conquistate e non a scorrimento. Se questa soluzione sarà sufficiente lo vedremo a settembre. Da FdI spiegano che sull'equilibrio di genere non sono escluse altre modifiche: oggi sono state vagliate varie ipotesi, si sta ancora studiando quella ottimale ma fanno notare che, proprio dopo lo stop all'emendamento sulle preferenze alla Camera, l'aula aveva approvato una norma che, già nel corso dell'esame a Montecitorio, e ancora oggi, è considerata l'atout per risolvere la questione.
Si tratta dell'obbligo per il candidato nel listone legato al premio di candidarsi in almeno un collegio plurinominale in posizione di capolista. Siccome, è il ragionamento, nel listone legato al premio (composto da 70 candidati alla Camera e 35 al Senato) è obbligatorio il rispetto della proporzione 60/40 tra i due generi, una quota di donne sarà obbligatoriamente in posizione di capolista nei collegi plurinominali. Sarebbe anche questa la ragione per cui alla fine non è stata accolta la richiesta di Fi di eliminare tale l'obbligo.
Il Governo incassa il sì sulla clausola Ue, la Lega fa modificare la risoluzione
La maggioranza porta a casa l'ok all'avvio della procedura per l'attivazione della clausola di salvaguardia, con il massimo per l'energia, ovvero lo 0,6% del Pil, e lo 0,9%, al di sotto del massimo possibile, per le spese per la difesa. Nel doppio passaggio alla Camera e al Senato, per il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti il percorso è stato meno accidentato rispetto a quanto ipotizzato, anche se la Lega non ha rinunciato a mettere in evidenza la propria posizione non esattamente in linea con quella degli alleati. A Montecitorio il Carroccio ha chiesto e ottenuto una modifica alla risoluzione, già piuttosto “annacquata” per evitare problemi. Il confronto in maggioranza, nella sala del Governo a fianco dell'Aula, è andato avanti per una ventina di minuti e al termine è arrivato il “ritocco”: il paragrafo che impegnava il Governo “per il finanziamento delle misure relative alla difesa, a valutare il ricorso alle migliori condizioni di finanziamento quali quelle di cui al programma SAFE” è stato modificato chiedendo di valutare anche altri strumenti di finanziamento e comunque di privilegiare l'uso dei fondi SAFE per sistemi difensivi.
Il paragrafo ora impegna il Governo “per il finanziamento delle misure relative alla difesa a valutare il ricorso a diverse condizioni di finanziamento ive incluse, ove ritenute complessivamente vantaggiose, quelle di cui al programma SAFE preordinando in ogni caso via prevalente l'utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”. Al Senato, nel pomeriggio, il successo è stato rivendicato da Claudio Borghi, uno dei più euroscettici del Carroccio: “Abbiamo chiesto un cambiamento della risoluzione perché prima la formulazione aveva in sé un giudizio di valore, ossia diceva il Safe è più conveniente, e invece no, non possiamo saperlo perché ha un tasso variabile. Non conviene indebitarsi col Safe perché i tassi possono andare al 12 e al 15; l'unica cosa che so è che se salgono il debito pubblico italiano va in sofferenza. La Germania, infatti, non partecipa e non capisco perché non possiamo fare la stessa cosa? A meno che noi non siamo i fratelli poveri e abbiamo regole diverse da quelle degli altri; chi pensa che l'Ue sia il paradiso deve riflettere perché così non è”. “Schermaglie dimostrative”, commenta un esponente del centrodestra (non leghista).
La partita vera si giocherà tutta sulla manovra, con la speranza, per Giorgia Meloni e il Governo, di poter uscire dalla procedura d’infrazione con la revisione dei dati Eurostat a settembre. Anche perché, come ha spiegato Giorgetti, “nel caso in cui la procedura per deficit eccessivo non venga chiusa anticipatamente alla luce di una revisione” l'attivazione della clausola comporterebbe “un peggioramento dei conti pubblici negli anni successivi tale da determinare un deficit superiore al 3%”. Il titolare del Mef ha anche sottolineato che “alla ripartizione delle risorse” derivanti dall'attivazione della clausola di salvaguardia “nei diversi esercizi finanziari e alla predisposizione delle disposizioni necessarie per l'attuazione degli interventi si procederà con la prossima manovra di bilancio” dopo che il Parlamento avrà deliberato lo scostamento di bilancio. È proprio alla legge di bilancio che adesso si guarda: dopo la pausa si aprirà il cantiere e, nell'anno elettorale, tutti i partiti sono pronti a dare battaglia.
La risoluzione del campo largo agita il Pd, tensione con i riformisti
La spaccatura non è stata messa agli atti solo perché alla fine la risoluzione Pd-M5S-Avs non è stata votata, da regolamento è stata preclusa dopo il voto di quella di maggioranza, ma sul piano politico è stata un'altra giornata tesa nel centrosinistra. Questa volta, però, le tensioni sono tutte interne al Pd: il documento unitario tra i dem e M5S-Avs evita strappi con gli alleati ma provoca un subbuglio tra i democratici e a lamentarsi non sono solo quelli della minoranza. Lorenzo Guerini ribadisce che lui e gli altri riformisti non avrebbero votato comunque il documento, ma anche nell'area di Stefano Bonaccini il malumore era evidente. La polemica era messa in conto dal quartier generale Pd, che non intende lasciare a Giuseppe Conte il monopolio della linea contro il riarmo. La tensione era esplosa già mercoledì sera, quando la minoranza ha letto sulle agenzie la bozza della risoluzione unitaria: “Così non è condivisibile, speriamo che la notte porti consiglio”, era stato il commento a caldo. Ma il testo depositato è esattamente quello diffuso e i riformisti erano già pronti ad assentarsi al momento del voto quando, appunto, si è capito che il testo non sarebbe proprio stato messo ai voti in quanto precluso a norma di regolamento.
Un aiuto a limitare la spaccatura, ma Elly Schlein ha voluto comunque parlare della vicenda con Guerini, un chiarimento utile a preservare i rapporti personali, ma che non scioglie il nodo politico. Guerini, racconta più di un parlamentare, ha avuto anche un paio di scambi più franchi con Peppe Provenzano e Chiara Braga, anche in questo caso terminati con un rasserenamento sul piano personale. Quello che appunto non è risolto è il dato politico. Ha spiegato Guerini: “Ho espresso, una volta visto il testo, le mie riserve che mi avrebbero portato a non sostenerla”. Ma le proteste hanno riguardato anche il metodo, la scelta di non condividere prima con la minoranza un testo su un argomento storicamente delicato per il partito e per la coalizione.
I riformisti, peraltro, hanno votato i testi di Iv e Più Europa (che non sono stati preclusi), per sottolineare la loro posizione a favore del Safe e della difesa europea. Dai sostenitori della Schlein l'accusa è di avere sollevato una polemica strumentale per avere visibilità, perché il no al 5% del Pil per le spese Nato, il no al riarmo a livello nazionale e il no allo scostamento di bilancio per le spese militari sono posizioni già espresse dal Pd. Lo dice esplicitamente Peppe Provenzano: la risoluzione “contiene le posizioni già più volte espresse e formulazioni che abbiamo già votato in mozioni unitarie recentemente con tutte le forze di opposizione della nostra alleanza”. La giornata è finita ma quello che appare certo è che le polemiche interne e non saranno destinate a riproporsi.
Dalla Camera Vannacci rilancia: la destra ci insegue ma non basta
Arriva l'esordio di Roberto Vannacci nella sala stampa di Montecitorio, una conferenza fiume per esporre ai giornalisti la visione del partito su immigrazione e riarmo, per “indicare la via” al centrodestra che su questi temi “ci insegue ma non basta”, dice il generale, e al tempo stesso lanciare la sfida per le amministrative di Milano e le suppletive di Reggio Calabria. Il tema attorno a cui ruotano le parole dell'ex generale è quello dell'immigrazione. La ricetta di FN sulla questione è composta da azzeramento degli ingressi; creazione di hub per il rimpatrio al di fuori dell'Eurozona; abolizione del decreto flussi e del ricongiungimento familiare; norme più stringenti per la concessione della cittadinanza, tutte proposte che troveranno spazio nel programma del partito “in uscita nei prossimi giorni”, come afferma il coordinatore nazionale di FN Massimiliano Simoni. Sull'immigrazione, Vannacci concorda che il cambio di passo del centrodestra negli ultimi mesi sia attribuibile a lui, ma “non sono io a dirlo, siete voi giornalisti”, specifica.
I nuovi provvedimenti previsti dal Governo sul tema, però, non soddisfano l'ex generale: “Avevamo proposto un emendamento al decreto Giustizia per concedere il permesso di soggiorno solo a chi è entrato legalmente con un visto sul passaporto ma è decaduto perché il Governo ha posto la fiducia. Per questo, voteremo contro la fiducia, ma non contro il decreto”. Spazio anche alla questione del riarmo, oggetto delle comunicazioni del Ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti: un processo “inutile e dannoso” perchè i fondi Safe sono “solo un piano per rilanciare l'industria pesante tedesca”, senza “aver chiara quale sia la minaccia”. L'ex generale incalza: “Temiamo forse che orde di cosacchi russi invadano le nostre coste? Quelli sono i marocchini. Il riarmo deve servire ad affrontare quella minaccia”.
Sul piano delle alleanze, Vannacci continua a sostenere di non voler chiudere la porta in faccia a nessuno. “Io sono disposto a collaborare con chiunque, anche con FI, a patto che faccia la forza di centrodestra, visto che in Europa vota spesso con il Pd e con la sinistra”. Nessun contatto con i partiti di governo in vista delle prossime amministrative: “Per questo nei prossimi due-tre giorni arriverà l'annuncio del candidato sindaco di FN a Milano”. Non solo: il partito, come spiega Vannacci, valuta anche di correre alle elezioni suppletive di Reggio Calabria, previste per il 27 e 28 settembre, nel tentativo di vincere il seggio alla Camera lasciato libero dal neosindaco di Forza Italia Francesco Cannizzaro.
La Camera nega l'uso delle chat di Delmastro, le opposizioni attaccano
L'esito era quasi scontato, ma quando l'Aula della Camera nega alla Procura di Roma l'autorizzazione di accedere alle chat dell'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro scoppia la bagarre. Urla, proteste e accuse incrociate che rimbalzano da un lato all'altro dell'emiciclo di Montecitorio, causando la sospensione della seduta. Ad innalzare il livello dello scontro, già molto alto, è l'intervento del capogruppo di FdI Galeazzo Bignami che, nelle dichiarazioni di voto, tira in ballo l'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, suscitando l'indignazione delle opposizioni. “Per noi fu una sconfitta che il Msi nel maggio del 1992 non riuscì a far eleggere Paolo Borsellino presidente della Repubblica. La sinistra fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41bis”. Il voto in Aula sul caso Delmastro arriva dopo il braccio di ferro sull'accessibilità negata alle chat inviate dai pm per i componenti della giunta per le autorizzazioni. Il relatore di maggioranza in giunta, Pietro Pittalis (FI), si fa portavoce delle ragioni del no all'acquisizione da parte della Procura.
Il centrosinistra non ci sta. È “una barbarie impedire le indagini sulla mafia”, punta il dito Elisabetta Piccolotti di Avs mentre i suoi colleghi rossoverdi inscenano una protesta con gli occhi bendati (a significare che gli alleati di governo vorrebbero occultare la verità agli italiani). Matteo Richetti critica la posizione della maggioranza, ma al contempo deve smentire le ricostruzioni secondo le quali Azione, non partecipando al voto in giunta del regolamento, ha dato una mano al centrodestra su Delmastro: “Baggianate”. Il clima inizia a scaldarsi dall'intervento di Giuseppe Conte che accusa la maggioranza di aver “macchiato con disonore le istituzioni, lo scudo vi appartiene per mentalità”, parole cui fa seguito la protesta contemporanea, a Montecitorio e a Palazzo Madama, dei parlamentari del Movimento che sollevano gli smartphone dietro lo slogan #fuorilechat.
La leghista Laura Cavandoli cerca di spiegare il no a livello tecnico. Ma l'atmosfera è tesissima. “Non vogliamo mai più sentire nominare Paolo Borsellino”, avverte la segretaria del Pd Elly Schlein chiamando in causa direttamente Giorgia Meloni: “Ha detto che non avrebbe più coperto nessuno, perché sta facendo il contrario?”. Dopo due ore dall'inizio della seduta, il voto è a scrutinio segreto (lo chiede a sorpresa l'opposizione) e finisce con 206 a 133 in favore della maggioranza.
Alla Camera
L’Assemblea della Camera tornerà a riunirsi alle 9.30 per l’esame del disegno di legge sullo sviluppo del settore agricolo, della proposta di legge in materia di cinema e per ascoltare l’informativa del Ministro per la protezione civile e le politiche del mare Nello Musumeci in ordine ai recenti eventi sismici che hanno colpito l'area dei Campi Flegrei e allo stato di attuazione degli interventi per la popolazione. Per quanto riguarda le Commissioni, la Affari Costituzionali, con la Lavoro, esaminerà il ddl in materia di protezione civile. Tutte le altre Commissioni non terranno seduta e riprenderanno i propri lavori al termine della pausa estiva.
Al Senato
Dopo che ieri ha approvato definitivamente il decreto-legge sugli interventi infrastrutturali e il PNRR, nella giornata di oggi l’Assemblea del Senato non si riunirà. L’aula di palazzo Madama riprenderà i propri lavori domani alle 13.00 con le Comunicazioni del Presidente Ignazio La Russa. Per quanto riguarda le Commissioni, riprenderanno i propri lavori al termine della pausa estiva.
- Il centrodestra trova una prima intesa su preferenze e alternanza di genere
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