L’Italia incassa l’ok dalla Commissione Ue sulla clausola salvaguardia
L'Italia incassa il sì da parte della Commissione Ue alla richiesta di attivare la clausola di salvaguardia nazionale che consente flessibilità su energia e difesa. Ad annunciare il successo del Governo Meloni è il portavoce dell’esecutivo comunitario, Balazs Ujvari, durante il briefing quotidiano con la stampa. Ora il dossier passerà al Consiglio Ue per l’ok finale entro un mese. La domanda era stata avanzata da Roma, 19° Stato membro a richiedere l'attivazione della clausola, a settembre e la valutazione della Commissione ha concluso che “l'attivazione della clausola non mette in pericolo la sostenibilità fiscale a medio termine nel caso dell'Italia. In altre parole, la nostra valutazione è positiva”.
L'esecutivo festeggia il risultato, con il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, secondo cui “l’importante opportunità della flessibilità di bilancio contrattata con l’Ue per le spese in materia energetica” è “da orientare non solo verso un incremento della produzione rinnovabile del nostro Paese, ma anche verso una riduzione dei consumi energetici mediante appositi strumenti di efficientamento che potrebbero riguardare, ad esempio, gli edifici e le strutture delle pubbliche amministrazioni, del SSN, gli edifici scolastici e universitari”. Il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, sottolinea come “l'Europa riconosce le ragioni dell'Italia” e parla di un “passaggio politico cruciale” che conferma come “questo Governo abbia saputo portare a Bruxelles le priorità nazionali con chiarezza e autorevolezza”. Foti torna poi sull'impatto “determinante dell'inflazione” sui bilanci nazionali, tema su cui anche la premier Giorgia Meloni aveva insistito mercoledì durante il Med9 a Spalato.
All'Italia, però, il successo non basta. E chiede ulteriore flessibilità. A frenare è il Commissario Ue all'Economia, Valdis Dombrovskis, secondo cui “non possiamo introdurre continuamente nuove flessibilità di bilancio”. Nonostante questo, “esamineremo più approfonditamente” la richiesta dell'Italia, aggiunge il Commissario, che afferma di avere parlato in giornata con il ministro Giancarlo Giorgetti, proprio per discutere della situazione. “Alla commissione” replica il ministro dell'Economia “abbiamo chiesto un’ulteriore riflessione sulla questione al fine di una corretta interpretazione dei fattori rilevanti per il rispetto dell’attuale patto di stabilità. Siamo fiduciosi che le buone ragioni tecniche potranno, con gli opportuni approfondimenti e le adeguate forme, trovare la corretta interpretazione delle regole anche all’interno della clausola energia già approvata con decisioni coerenti con la sostenibilità della finanza pubblica”. Il tema della flessibilità è stato, ovviamente, anche al centro dell'Eurogruppo che si è svolto ieri in Lussemburgo. Nessuna decisione è stata presa, ma diversi Paesi hanno espresso le loro perplessità sulle continue richieste di flessibilità che potrebbero minare il quadro normativo europeo.
La maggioranza approva definitivamente la legge elettorale
La riforma elettorale è legge. Con 227 voti favorevoli, 164 contrari e nessun astenuto, l'Aula della Camera ha dato il via libera definitivo allo Stabilicum, in terza lettura. Il centrodestra tiene alla prova del voto segreto dopo qualche brivido della vigilia e accoglie con applausi l'approvazione che arriva intorno all'ora di pranzo, mentre la minoranza protesta a Montecitorio esponendo vari cartelli con su scritto “No all'imbroglio”, “Legge truffa”, “Con Meloni - sanità e + armi”.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si dice “soddisfatta” prima sui social e poi parlando con i cronisti ad Ascoli Piceno nel pomeriggio. “Quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e il proprio parlamentare”, scrive la premier. Che pone l'accento sul fatto che “governi stabili e maggiore partecipazione significano più continuità”. Meloni, quindi, assicura: “A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, oggi rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini. Avanti così”. Dal canto suo, il vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, osserva: “Mi pare che la maggioranza è più che solida, continuerà a governare, ci candidiamo a governare per i prossimi cinque anni”. E, alla domanda se si tratti di una vittoria per la maggioranza, risponde: “Era tutto previsto, che avremmo fatto la legge elettorale e non ci sarebbero stati franchi tiratori”.
Le opposizioni, pronte a dare battaglia alla Consulta, non risparmiano critiche alla maggioranza. “Una classe politica che teme gli elettori non merita la loro fiducia, siete terrorizzati dal voto, abbiate il coraggio di presentarvi alle elezioni con il vero slogan: prima le poltrone”, sbotta la segretaria del Pd, Elly Schlein. Che attacca: “Posso capire l'imbarazzo, oggi vi fanno votare la norma che avete affossato il 14 luglio. Hanno dovuto mettere la fiducia per farvela votare? Cosa è cambiato da allora? La paura. Ci tenete inchiodati da cinque mesi a parlare di legge elettorale”. E ancora: “Cambiatevi pure la legge elettorale da soli tanto noi come alleanza progressista saremo in grado di vincere con qualunque legge elettorale”. Il presidente del M5S, Giuseppe Conte, fa ricorso all'ironia per attaccare la premier: “Giorgia Meloni con la sua faccia tosta non ci stupisce quasi più. Manca solo indicare che il premio di maggioranza va a una premier con gli occhi chiari”. Lo fa dopo aver parlato di “una legge scritta guardando ai sondaggi” e di “psicosi Vannacci”.
Va all'affondo anche Nicola Fratoianni di Avs: “Giorgia Meloni a colpi di maggioranza cambia la legge elettorale a pochi mesi dal voto. È uno scandalo assoluto, e lo fa per tentare di rimanere al potere”. E il co-leader rossoverde Angelo Bonelli mette a verbale che per far passare la legge elettorale “la maggioranza ha dovuto mettere ben tre volte la fiducia, una cosa abbastanza umiliante per loro. Vedremo cosa dirà la Corte costituzionale, per noi questa legge è palesemente incostituzionale”. Per il segretario di +Europa, Riccardo Magi, che annuncia la sospensione dello sciopero della fame e fa appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “oggi si passa dal terreno della lotta politica a quella giudiziaria con i ricorsi ai tribunali e quindi alla Corte Costituzionale”.
Sale l'ipotesi di election day a maggio anche se Meloni rimanda la questione
L'ipotesi di elezioni anticipate questa volta viene lanciata, come una delle possibilità, dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Anche se Giorgia Meloni mostra prudenza sul tema ribadendo, come ha fatto in altre occasioni, che alla fine della legislatura manca ancora “un anno” e le speculazioni su ipotetiche date del voto altro non sono che “alchimie”. La premier nel giorno in cui incassa il via libera definitivo alla riforma della legge elettorale, tira ancora una volta il freno su quelli che definisce “dibattiti surreali”. Ma che occupano da giorni le discussioni in Parlamento e tra i partiti. Fazzolari, in un colloquio con il Foglio chiarisce sulla scelta di quando andare a nuove elezioni “non dipende solo da noi. Ma ci sono due possibili scadenze naturali: una alla fine dei cinque anni, quindi a settembre, l'altra a giugno che darebbe agio al prossimo governo di fare con calma la legge di bilancio”. Solo una valutazione di merito, quella del sottosegretario secondo i suoi, nessuna espressione di una preferenza per l'una o l'altra finestra.
La legislatura formalmente si chiude il 12 ottobre, e se si andasse in autunno la data cerchiata in rosso sarebbe non tanto settembre, come citato dal sottosegretario, ma il fine settimana di metà novembre, lasciando lo spazio per una manovra anticipata (ed elettorale). Resta il fatto che l'ipotesi dell'election day a primavera, più probabile a fine maggio che a giugno, rimane una delle più quotate tra i meloniani. “Fazzolari può avere le sue idee” ma per FI “si deve votare a fine legislatura”, scandisce Antonio Tajani, esplicitando la posizione degli azzurri. “Non vedo il voto anticipato, ora facciamo la manovra e andiamo avanti compatti”, dice anche Maurizio Lupi. Ma proprio la legge di bilancio, su cui lunedì potrebbe esserci una nuova riunione tra maggioranza e governo e per molti segnerà il vero inizio della fine. Portata a casa quella, soprattutto ora che ci saranno le preferenze, salvo pronunce negative della Consulta, “sarà sempre più difficile tenere deputati e senatori in Parlamento”, si ragiona in Transatlantico. In ogni caso, una decisione, al momento, non ci sarebbe ancora. Anche perché tutti gli alleati vedono come fumo negli occhi la fine anticipata. Di certo non si arriverà a un punto, assicurano i bene informati, prima del congresso della Lega di fine ottobre.
Subito dopo bisognerà anche riaprire il tavolo sulle grandi città, a partire da Milano. E mai come questa volta le scelte per le amministrative sono legate al d-day delle politiche. Sul tavolo, certo, rimane anche l'incognita Futuro nazionale. Anche se al tentativo di apertura a un “dialogo programmatico” con il centrodestra da parte del vannacciano Edoardo Ziello, sono arrivati dalla coalizione solo secchi no. “Non abbiamo bisogno di aprire a ragionamenti con chi sta all'opposizione e ci vuole mandare a casa tutti i giorni”, è lapidario Francesco Lollobrigida. Stessa linea per Lupi, FN in coalizione “né oggi, né domani, né mai”. E il motivo, spiega sempre Fazzolari, non è tanto perché l'ex generale sia considerato un “filorusso”, piuttosto un “Barbapapà come Giuseppe Conte, perché cambiano forma in base alla convenienza”. Non sarebbe un buon viatico per quella “stabilità” di cui il centrodestra ha fatto una bandiera. E Meloni non avrebbe alcuna intenzione di imbarcare un interlocutore considerato del tutto inaffidabile. A costo di perdere.
Conte tenta di accelerare: tavolo programma entro ottobre, poi primarie
Giuseppe Conte non arretra. Il pressing su Elly Schlein per accelerare su programma e primarie si fa ogni giorno più insistente. Questa volta il leader M5S sceglie il salotto di Bruno Vespa per ribadire il messaggio: “Se primarie devono essere”, bisogna fare presto. “Innanzitutto dobbiamo concentrarci sul programma”. Il 18 ottobre Avs presenterà le sue proposte e il Pd riunirà l'assemblea nazionale, poi “un attimo dopo”, il campo largo dovrà ritrovarsi, “perché abbiamo tante cose di cui discutere”, e poi “ancora un attimo dopo, con un programma condiviso, andremo alle primarie”, è la linea dell'ex premier. Conte ne fa una questione di strategia politica, guardando al 2027: “Certo non le possiamo fare a ridosso di una campagna elettorale, perché è giusto che finisca questa storia di un campo progressista che non ha un programma, che non ha un leader candidato”. Non solo: non è perché lo richiede la nuova legge elettorale che la coalizione deve darsi un leader, dice chiaro Conte. “Certo non possiamo aspettare quando e come la Corte costituzionale, se si pronuncerà su questo punto”.
Il tavolo sul programma, quindi, secondo il leader M5S, dovrà cominciare a riunirsi entro ottobre, poi le primarie andranno fatte “al più presto possibile”. Per quanto riguarda la data “ci confronteremo, ma è chiaro che non possiamo arrivare e dare questo vantaggio a Giorgia Meloni, che oggi è la donna sola al comando di tutto il centrodestra e noi qui ancora si sta a discutere di primarie e chi sarà il candidato premier”, è il messaggio rivolto agli alleati. Conte racconta ancora una volta pubblicamente l'offerta fatta a Schlein per evitare lo scontro ai gazebo. “Ancora recentemente, in un incontro che doveva rimanere riservato e che poi è andato sui giornali, non certo per mia responsabilità, ho proposto: Facciamo un passo indietro. Per senso di responsabilità, non perché debbano spaventare le primarie, ma c'è una parte dell'elettorato del campo progressista che ha espresso qualche dubbio”. La leader dem, però, insiste, “non ha accolto questa mia disponibilità”, anche perché “legittimamente” lo statuto Pd prevede che il segretario dem corra per Palazzo Chigi. Il leader M5S sostiene di non aver fatto nomi, ma nei conciliabili in transatlantico sempre più forte nelle ultime settimane veniva fatto quello di Roberto Gualtieri, ex ministro di Conte e dirigente di peso del Pd.
Di primarie e programma si occupa anche Schlein, alla Camera. L'ultimo giorno di voti sulla legge elettorale serve alla leader dem per ricucire con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Il leader dei verdi entra nel merito: “Mi sono chiarito con Elly, non ho nulla contro di lei. La mia posizione, la posizione di Avs non è contro la segretaria del Pd, a cui rinnovo la mia stima e anche la mia simpatia vera, non ipocrita. La mia era una profonda preoccupazione legata all'attualità, all'epoca storica che stiamo vivendo: secondo me le primarie non aiutano a unire. Amplificano le differenze”. Per Bonelli, allora, va superata in fretta questa fase di polemiche e distinguo sulle primarie e poi, “nel momento in cui l'area di centro si definirà, cosa che auspichiamo faccia rapidamente, o con una lista o con due liste, potremo partire e chiudere il patto programmatico”.
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