Forza Italia non vota ma La Russa è presidente del Senato grazie all’opposizione

Ieri si aperta ufficialmente la XIX legislatura e al Senato è stato eletto Presidente Ignazio La Russa di FdI. Quello che però, alla vigilia, sembrava un passaggio scontato si compie solamente grazie ai voti dell’opposizione. Ripercorriamo la giornata: ieri mattina Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi si vedono alla Camera; sul tavolo ci sono sì i nomi per le presidenze ma anche, e soprattutto, quelli per la compagine di Governo e il nodo resta sempre l'ingresso in squadra di Licia Ronzulli. La leader FdI ribadisce il suo no e il Cav non gradisce. La contromossa a palazzo Madama è subito servita: mentre inizia la prima votazione Berlusconi riunisce i senatori di Fi, che non partecipano al voto. Sembra una scelta fatta per prendere tempo e portare gli alleati a più miti consigli ma alla fine Berlusconi decide di andare fino in fondo: solo lui ed Elisabetta Casellati alla fine votano. I numeri ballano, gli sherpa dei diversi partiti mettono mano al pallottoliere: 66 sono i senatori di FdI, 29 quelli della Lega e 2 di Noi Moderati. Con le sole due preferenze incassate da FI La Russa si fermerebbe a 99 sì, a cinque punti dalla maggioranza di 104. 

Man mano che la presidente Liliana Segre va avanti con lo spoglio, però, arriva il secondo colpo di scena: non solo La Russa supera quota 104, ma arriva a 116 preferenze portando a casa ben 17 voti che non rientrano all'interno del perimetro della maggioranza. Se il centrodestra si spacca, insomma, mostrandosi debole alla sua prima uscita in Parlamento, ancor di più si spacca l'opposizione. Il primo a finire nella lista dei sospettati è Matteo Renzi: “Ci sono 19 voti in più. Non è che ogni volta che succede qualcosa sono stato io, purtroppo. Noi 9 abbiamo votato scheda bianca. Fossi stato io com'è noto, lo rivendicherei. Io ho sempre rivendicato”, si schermisce. Poi attacca: “L'elezione di La Russa nasce da un regolamento di conti interno alla destra e prima ancora dalla folle strategia delle alleanze del Pd e di Enrico Letta”. Dal Pd, invece, partono subito le accuse: “Il voto di oggi al Senato certifica tristemente che una parte dell'opposizione non aspetta altro che entrare in maggioranza”, sentenzia Enrico Letta che bolla come “irresponsabile oltre ogni limite il comportamento di quei senatori che hanno scelto di aiutare dall'esterno una maggioranza già divisa e in difficoltà”.

Nel mirino finiscono anche i franceschiniani (con il faro puntato su Bruno Astorre) e il M5S che vuole Stefano Patuanelli vicepresidente. I diretti interessati smentiscono e Letta “esclude totalmente” un coinvolgimento del Pd. Intanto nel centrodestra la tensione è alle stelle con Silvio Berlusconi sulle barricate e gli altri leader della coalizione che calmano le proprie file. Insomma la legislatura non è partita nel migliore dei modi e di sicuro la maggioranza guidata da Giorgia Meloni dovrà riflettere molto attentamente sull’accaduto visto e considerato che al Senato la maggioranza può contare solamente su 11 senatori di più.

È scontro tra Meloni e Berlusconi ma la leader di Fratelli d'Italia non cede

“Non intendo fermarmi di fronte a questioni secondarie”; la linea non cambia. Giorgia Meloni tira dritto verso il traguardo indicato dal primo giorno post-elezioni. Per la premier in pectore serve un Governo forte e autorevole, Non si può perdere tempo viste le urgenze con cui deve fare i conti l'Italia, nemmeno con le elezioni dei presidenti delle Camere. Per questo, a sera, lasciando Montecitorio, la presidente di Fdi confessa di essere “Contenta del fatto che siamo riusciti a eleggere alla prima chiama il presidente del Senato”, ovvero Ignazio La Russa, e “confido che vada così anche domani per il presidente della Camera alla prima votazione utile. L'unico segnale che m’interessa dare all'Italia è che noi lavoriamo per fare immediatamente tutto e occuparci dei problemi degli italiani. Questa è la cosa che m’interessa, spero valga anche per gli altri”. Messaggio indirizzato principalmente a Silvio Berlusconi

“Sono sicura che tutti si rendano conto del fatto che a questa nazione serve un Governo e che noi abbiamo una responsabilità che gli italiani ci hanno affidato. Io sono una persona responsabile, confido che anche gli altri siano responsabili”. Lo scontro con Berlusconi è sotto gli occhi di tutti; l'inatteso esito del voto al Senato porta la Meloni a ringraziare “tutti coloro che, con senso di responsabilità e in un momento nel quale l'Italia chiede risposte immediate, hanno consentito di far eleggere già alla prima votazione la seconda carica dello Stato”. “Continueremo a procedere spediti” aggiunge, rimarcando ancora l'unica priorità: “Sono intenzionata a dare a questa nazione, se ne avrò occasione, un governo autorevole”, in cui non ci sarà spazio per Licia Ronzulli: “Non avrà nessun ministero” annuncia infatti Berlusconi lasciando il Senato dopo il voto, manifestando contrarietà per l'atteggiamento assunto dall'alleata, intenzionata però fino all'ultimo a seguire le tracce del “metodo Draghi” per mettere in piedi un Consiglio dei ministri il più autorevole possibile.

Il leader di FI se la prende con lo stop imposto sulla sua fedelissima, auspica che “questi veti vengano superati, dando il via a una collaborazione leale ed efficace con le altre forze della maggioranza, per ridare rapidamente un Governo al Paese”. E proprio sulla squadra assicura che c'è “un certo numero di ministri su cui siamo d'accordo”. Ma nessun nome: caselle da riempire, EsteriIstruzioneUniversità, magari anche Turismo. Per capire chi farà cosa però l'ultima parola sarà quella della Meloni, tanto che nel partito azzurro, in cui convivono differenti anime, qualcuno ipotizza anche che alla fine il Cav possa andare da solo alle consultazioni. “Centrodestra diviso al Colle? Non lo so, ne parleremo nei prossimi giorni”, si limita a rispondere Meloni, mentre fonti della Lega smentiscono. La voglia di negoziare ancora con il Cavaliere, raccontano fonti vicine alla premier in pectore, è bassa dopo quanto successo al Senato. 

Fontana alla presidenza della Camera, Giorgetti al Mef

Alla Lega la presidenza della Camera, con Lorenzo Fontana nuovo candidato, e cinque o sei ministeri, fra cui alla fine sembra proprio che all'Economia andrà Giancarlo Giorgetti che riceve anche l'endorsement diretto di Giorgia Meloni. A Forza Italia quattro posti, inclusa la Farnesina, destinata ad Antonio Tajani, ma non la Giustizia, né un ruolo nel governo per Licia RonzulliGiorgia Meloni esce dalla fase più tesa della trattativa sull'esecutivo che verrà con un alleato rinforzato, Matteo Salvini, verso le Infrastrutture, e uno ridimensionato, Silvio Berlusconi. Inizia a prendere corpo la lista dei ministri e l'obiettivo è affrontare con le idee chiare la settimana prossima le consultazioni, verso l'incarico che il presidente della Repubblica, secondo ragionamenti in ambienti della maggioranza, potrebbe conferirle anche giovedì 20 ottobre, mentre Mario Draghi sarà impegnato al Consiglio europeo a Bruxelles.

Per ora sono sostanzialmente definiti la spartizione dei ministeri e alcuni nomi chiave. FdI pare intenzionato a tenersi stretti, fra gli altri, Difesa (che andrebbe ad Adolfo Urso), Giustizia (a Carlo Nordio), MiseAffari europei (Raffaele Fitto), oltre a Istruzione e Cultura, per cui si parla anche di Fabio Rampelli. Potrebbero essere scelti due tecnici per Lavoro e Salute. Lo schema è da completare nei prossimi giorni, così come intendeva fare Meloni proponendo di procedere prima con l'elezione dei presidenti delle Camere; il metodo non piaceva agli alleati e alla fine ne ha premiato uno più dell'altro. Con FI la frattura si è consumata nell'incontro di primo mattino, quando la Meloni ha ribadito all'ex premier il veto su Ronzulli, la fedelissima del Cavaliere che per lei chiedeva in ordine di gradimento il Turismo, le Politiche europee o le Pari opportunità e la famiglia. Negli appunti con cui Silvio Berlusconi si è presentato in Senato c'erano anche Antonio Tajani agli Esteri, Elisabetta Casellati alla Giustizia, Anna Maria Bernini all'Università, Maurizio Gasparri alla Pubblica amministrazione, nonché ministeri per Alessandro Cattaneo e Gilberto Pichetto, e perfino il ministero del Sud indicato con il nome della ex azzurra Mara Carfagna tra parentesi. Alla fine, consumatosi lo strappo in Senato, la trattativa è finita con un epilogo che lascia decisamente scontenti gli azzurri: dovrebbero essere confermati i ruoli per Tajani e Bernini, con Casellati alla PA e Pichetto alla Transizione ecologica.

Sul Ministero dell’Economia, salvo ripensamenti nei prossimi giorni, l'impossibilità di fare ricorso a un tecnico di primo rango la spinge a puntare su un politico, ossia Giancarlo Giorgetti che in questi giorni avrebbe anche accarezzato l'idea della presidenza della Camera. La Lega si è convinta ad accettare una poltrona cruciale quanto potenzialmente scomoda ma l'idea è di farla passare quasi come una scelta tecnica, provando a ottenere pure uno dei due viceministri dell'Economia, Massimo Bitonci, mentre l'altro sarebbe Maurizio Leo di FdI. Giorgetti ha rimesso la decisione a Salvini, che nel frattempo ha deciso di puntare su Lorenzo Fontana per la presidenza della Camera, chiedendo a Riccardo Molinari di proseguire come capogruppo a Montecitorio. Alla Lega potrebbero toccare anche Affari regionali (Erika Stefani), Agricoltura (Gian Marco Centinaio) e Famiglia (Alessandra Locatelli), oltre agli Interni, con un tecnico come il prefetto Matteo Piantedosi già capo di gabinetto al Viminale con Salvini.



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