Bce: rischi combinati tra tensioni nello Stretto di Hormuz e cambiamento climatico, fino al 4,8% di perdita della produzione nell'Ue
Il rischio di un'interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz va oltre il possibile aumento del prezzo del petrolio e potrebbe incidere sulla disponibilità di energia e materie prime strategiche, con ripercussioni sulla produzione industriale, sull'inflazione e sulle catene globali del valore. È quanto emerge da un'analisi della Banca centrale europea, che valuta gli effetti di un eventuale blocco prolungato delle esportazioni dal Golfo. Secondo la Bce, il principale elemento di vulnerabilità non riguarda soltanto gli idrocarburi, ma anche altri beni strategici che transitano attraverso l'area, tra cui fertilizzanti, prodotti petrolchimici, alluminio, metanolo ed elio, fondamentali per comparti come semiconduttori, industria chimica e aerospazio. L'impatto sarebbe particolarmente rilevante per le economie asiatiche, mentre l'area euro risentirebbe soprattutto degli effetti indiretti attraverso le catene internazionali di approvvigionamento. Nello scenario più severo, caratterizzato da una limitata capacità di sostituire le forniture, fino al 3% della produzione dell'area euro potrebbe risultare compromesso. Qualora imprese e mercati riuscissero invece a riorganizzare rapidamente gli approvvigionamenti, la riduzione dell'attività economica si attesterebbe tra lo 0,4% e lo 0,6%. Le simulazioni della banca centrale delineano uno shock di offerta, con un rallentamento della crescita accompagnato da pressioni inflazionistiche più persistenti. L'istituto sottolinea tuttavia che la vulnerabilità economica non dipende esclusivamente dalle tensioni geopolitiche, ma anche dalla struttura del sistema energetico europeo.
Su questo aspetto è intervenuto Frank Elderson, membro del Comitato esecutivo della Bce, secondo cui la crisi in Medio Oriente e i rischi legati al cambiamento climatico condividono una radice comune nella persistente dipendenza dai combustibili fossili, in particolare da quelli importati. La Bce osserva inoltre che gli effetti del cambiamento climatico stanno già influenzando la dinamica dei prezzi, soprattutto nel comparto alimentare. Secondo le stime dell'istituto, le ondate di calore potrebbero determinare nell'arco di dodici mesi un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari non trasformati nell'area euro compreso tra 0,4 e 0,7 punti percentuali, mentre la maggiore frequenza degli eventi climatici estremi rischia di rendere tali pressioni più durature. Per la banca centrale, la gestione dei rischi connessi all'insicurezza energetica e ai cambiamenti climatici richiede un rafforzamento della resilienza dell'economia europea attraverso il progressivo avanzamento della transizione verso un sistema a emissioni nette zero. Indicazioni analoghe arrivano anche dalla Bundesbank. In un'intervista a Die Zeit, la vicepresidente Sabine Mauderer ha affermato che il cambiamento climatico rappresenta ormai un fattore rilevante sia per la stabilità dei prezzi sia per quella del sistema finanziario e che tali effetti devono essere integrati nelle valutazioni delle banche centrali. Gli scenari elaborati nell'ambito dell'Eurosistema mostrano che due anni consecutivi caratterizzati da eventi climatici estremi, in assenza di ulteriori progressi nelle politiche climatiche, potrebbero determinare una riduzione temporanea della produzione economica dell'Unione europea fino al 4,8% rispetto allo scenario di base, accompagnata da un incremento dell'inflazione fino a 0,6 punti percentuali. Al contrario, una transizione ordinata verso un'economia a basse emissioni comporterebbe un aumento temporaneo dell'inflazione fino a 0,5 punti percentuali, ma sarebbe associata a una crescita economica lievemente superiore nel medio periodo.
Eurozona, inflazione in rallentamento: Julius Baer vede ancora possibile un rialzo dei tassi BCE a luglio
Il rallentamento dell'inflazione nell'Eurozona riapre il dibattito sul percorso della politica monetaria della Banca centrale europea. Secondo l'analisi di David Kohl, Chief Economist di Julius Baer, la decelerazione dei prezzi riduce la pressione verso un ulteriore irrigidimento delle condizioni monetarie, pur lasciando aperta la possibilità di un rialzo dei tassi nella prossima riunione dell'istituto di Francoforte. La stima preliminare dell'inflazione di giugno indica un tasso annuo del 2,8%, in calo rispetto al 3,2% registrato a maggio e al di sotto delle attese di mercato. Su base mensile, l'indice dei prezzi al consumo ha segnato una flessione dello 0,1%. Anche l'inflazione core, che esclude le componenti più volatili di alimentari ed energia, è scesa dal 2,6% al 2,4%. Alla base del rallentamento, evidenzia Julius Baer, vi è soprattutto la diminuzione dei prezzi dell'energia, favorita dalla discesa delle quotazioni petrolifere, oltre alla moderazione dell'inflazione alimentare. La crescita dei prezzi dell'energia è passata dal 10,9% all'8,7%, mentre quella dei prodotti alimentari è scesa sotto la soglia del 2%. L'inflazione dei beni è rimasta contenuta allo 0,9%. Permangono tuttavia pressioni nel comparto dei servizi, che continua a rappresentare il principale contributo all'inflazione complessiva, con circa 1,5 punti percentuali sul totale. Secondo l'istituto svizzero, le indagini presso le imprese continuano inoltre a segnalare il trasferimento ai consumatori dei maggiori costi di produzione, elemento che mantiene elevata l'attenzione della BCE sull'evoluzione dei prezzi. Alla luce di questo quadro, Julius Baer ritiene ancora probabile un incremento di 25 punti base dei tassi di interesse nella riunione del 23 luglio. Secondo Kohl, il livello del tasso sui depositi, pari al 2,25%, offrirebbe ancora margini per un ulteriore rialzo senza compromettere in modo significativo la crescita economica dell'Eurozona. L'istituto sottolinea tuttavia che il più rapido rallentamento dell'inflazione ha ridotto la convinzione circa la necessità di ulteriori interventi restrittivi oltre il prossimo appuntamento di politica monetaria, lasciando aperta la possibilità di un approccio più prudente da parte della BCE nei mesi successivi.
Bending Spoons al Nasdaq, Anasf: "Segnale importante per l'innovazione italiana, ora rafforzare il mercato dei capitali europeo"
La quotazione di Bending Spoons al Nasdaq rappresenta un segnale positivo per l'ecosistema italiano dell'innovazione e conferma la capacità delle imprese tecnologiche nazionali di competere sui mercati internazionali. È quanto afferma Luigi Conte, presidente di Anasf (Associazione Nazionale Consulenti Finanziari), commentando il debutto della società italiana sul listino statunitense. Secondo Conte, l'ingresso di Bending Spoons al Nasdaq dimostra che anche in Italia possono nascere aziende in grado di affermarsi a livello globale. Il presidente di Anasf sottolinea come il percorso della società, fondata nel 2013, rappresenti una storia di successo che valorizza il talento italiano e il contributo del sistema universitario nella formazione di competenze altamente qualificate. Per Conte, il risultato raggiunto dall'azienda può costituire un punto di riferimento per altre realtà innovative italiane intenzionate a intraprendere un analogo percorso di crescita e di accesso ai mercati finanziari internazionali. Allo stesso tempo, il presidente di Anasf evidenzia come la scelta di quotarsi negli Stati Uniti metta in luce la necessità di accelerare il processo di integrazione del mercato europeo dei capitali. In particolare, richiama l'importanza della Savings and Investments Union, l'iniziativa promossa dall'Unione europea per rafforzare il mercato unico dei capitali, con l'obiettivo di favorire maggiori investimenti nel continente e offrire alle imprese innovative europee opportunità di finanziamento e sviluppo competitive rispetto a quelle disponibili negli Stati Uniti. Secondo Anasf, il rafforzamento del mercato europeo dei capitali rappresenterebbe un elemento chiave per consentire a un numero crescente di imprese ad alto potenziale di crescita di reperire risorse finanziarie in Europa, riducendo la necessità di rivolgersi ai mercati oltreoceano.
Borse europee in forte rialzo, Milano guadagna l'1,6%. Sostegno da dati Usa e piano fiscale tedesco
Le principali Borse europee hanno chiuso la seduta in rialzo, sostenute da un quadro caratterizzato da aspettative di un possibile allentamento della politica monetaria statunitense, dall'annuncio del piano di riduzione fiscale del governo tedesco e dalle prospettive di un rafforzamento degli investimenti nel comparto della difesa. A influenzare il sentiment dei mercati sono stati i dati sul mercato del lavoro statunitense, risultati più deboli delle attese e interpretati dagli operatori come un elemento che potrebbe ridurre la necessità di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. Un orientamento meno restrittivo della banca centrale americana contribuirebbe ad allentare le condizioni finanziarie internazionali, con possibili effetti positivi anche sull'economia europea. Sul fronte europeo, particolare attenzione è stata rivolta alla Germania, dove il cancelliere Friedrich Merz ha presentato un piano di tagli fiscali da 10 miliardi di euro finalizzato a sostenere la crescita e la competitività della maggiore economia dell'Unione. L'iniziativa si inserisce nella strategia del nuovo esecutivo per rilanciare gli investimenti e rafforzare il tessuto produttivo tedesco, in una fase in cui l'industria continua a confrontarsi con una domanda debole e con le conseguenze dell'aumento dei costi registrato negli ultimi anni. Tra i comparti maggiormente favoriti si è distinto quello della difesa, sostenuto dalle prospettive di un incremento della spesa militare nei Paesi dell'Alleanza Atlantica. A rafforzare tali aspettative hanno contribuito anche le dichiarazioni dell'ambasciatore statunitense presso la Nato, Matthew Whitaker, che ha ipotizzato un modello di cooperazione nel quale gli Stati che investiranno maggiormente nella difesa potrebbero beneficiare di un accesso prioritario ai programmi di approvvigionamento e a una più stretta collaborazione con gli alleati.
Il tema conferma la crescente centralità delle politiche di sicurezza e delle relative ricadute sul sistema industriale europeo, con particolare riferimento ai comparti dell'aerospazio, della cantieristica e della produzione di sistemi per la difesa. Resta inoltre al centro dell'attenzione il processo di consolidamento del settore bancario europeo. Il mercato continua a seguire gli sviluppi dell'offerta pubblica di scambio lanciata da UniCredit su Commerzbank, operazione che rappresenta uno dei principali dossier dell'integrazione bancaria europea e che potrebbe incidere sugli equilibri del settore finanziario dell'Unione. Sul fronte energetico, il petrolio è sceso ai livelli più bassi degli ultimi quattro mesi, sulla scia delle indicazioni di progressi nei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Un eventuale miglioramento del quadro geopolitico potrebbe favorire una maggiore disponibilità di greggio sui mercati internazionali, contribuendo a contenere le pressioni sui prezzi dell'energia e, indirettamente, sull'inflazione. Nel mercato valutario, il dollaro ha perso terreno rispetto alle principali valute, mentre l'euro ha recuperato quota nei confronti della divisa statunitense. Contestualmente, il prezzo dell'oro è salito, sostenuto sia dall'indebolimento del dollaro sia dalla persistente domanda di beni rifugio in un contesto internazionale ancora caratterizzato da elementi di incertezza. Nel complesso, la giornata ha evidenziato il peso crescente delle decisioni di politica economica, fiscale e industriale nell'orientare le prospettive europee. Le misure di sostegno annunciate dalla Germania, il possibile cambio di passo della Federal Reserve, l'evoluzione del quadro geopolitico e il rafforzamento delle politiche di sicurezza rappresentano fattori destinati a incidere non solo sui mercati finanziari, ma anche sull'agenda economica e istituzionale dell'Unione europea nei prossimi mesi.
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