Mercati sotto pressione, petrolio oltre i 100 dollari e spread Btp-Bund in rialzo
I mercati finanziari europei hanno chiuso la seduta del 1° ottobre in territorio negativo, in un contesto caratterizzato dall'aumento del prezzo del petrolio, dal rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato e dalle crescenti preoccupazioni legate all'inflazione e all'indebitamento pubblico. A pesare sul sentiment degli investitori è stato soprattutto il ritorno del Brent oltre la soglia dei 100 dollari al barile. Il greggio ha successivamente superato i 101 dollari, registrando un rialzo superiore al 3%, mentre l'incertezza legata alla situazione in Medio Oriente ha alimentato i timori sulle possibili conseguenze dei maggiori costi energetici sull'inflazione. In questo scenario, i mercati obbligazionari hanno registrato una nuova fase di tensione. In Italia, il rendimento del Btp decennale è salito al 4,69%, ai massimi dalla fine del 2023, con un incremento di 7,8 punti base nella sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund decennali si è portato a 118,5 punti base. Il rendimento dell'Oat francese ha raggiunto il 4,91%, mentre quello del Bund tedesco è sceso al 3,5%, confermando la maggiore domanda per i titoli considerati più sicuri. Le pressioni sui rendimenti sono legate anche alle aspettative sulle future decisioni delle banche centrali. L'aumento dei prezzi dell'energia potrebbe rendere più complesso il percorso di riduzione dell'inflazione, alimentando le aspettative di un possibile mantenimento di condizioni monetarie restrittive da parte della Federal Reserve e della Banca centrale europea. Negli Stati Uniti, il rendimento del Treasury decennale ha superato il 5,2% nel corso della seduta, raggiungendo livelli che non si osservavano da anni. Anche il mercato britannico ha registrato forti movimenti: il rendimento del Gilt trentennale ha superato il 6%, mentre quello decennale si è attestato intorno al 5,3%. La pressione sui titoli di Stato si è riflessa anche sui listini azionari europei. Milano ha registrato la flessione più marcata, con il Ftse Mib in calo del 2,2%, penalizzato in particolare dal comparto bancario. Madrid ha perso il 2,17%, Londra l'1,68%, Parigi l'1,62% e Francoforte l'1,03%. Negativa, seppur in misura più contenuta, anche Wall Street. L'andamento positivo dei titoli tecnologici non è stato sufficiente a sostenere gli indici dopo la pubblicazione dell'indice manifatturiero Ism statunitense, risultato più debole delle attese. Gli operatori guardano ora ai dati sul mercato del lavoro americano, attesi venerdì, per ottenere indicazioni sulle prospettive della politica monetaria della Fed. Il quadro complessivo resta quindi caratterizzato dall'interazione tra tre fattori: il rincaro dell'energia, le prospettive dell'inflazione e l'elevato livello del debito pubblico. L'eventuale permanenza del petrolio su livelli elevati potrebbe aumentare la pressione sui prezzi, mentre il maggiore costo del finanziamento rappresenta un elemento di attenzione per gli Stati con livelli di debito più elevati. Sul fronte azionario, alcune società del comparto dei semiconduttori hanno invece mostrato una maggiore tenuta, sostenute anche dalle positive prospettive diffuse da Micron Technology. Tra queste, Stmicroelectronics si è mossa in controtendenza rispetto all'andamento generale dei mercati europei.
Draghi: «La priorità della politica monetaria deve essere il controllo dell’inflazione»
Mario Draghi richiama l’attenzione sul ruolo centrale della stabilità dei prezzi in una fase caratterizzata da shock geopolitici, aumento dei rendimenti obbligazionari e crescente pressione sui conti pubblici. Intervenendo il 1° ottobre alla Karl Brunner Distinguished Lecture, organizzata dalla Banca nazionale svizzera, l’ex presidente della Banca centrale europea ha indicato nel controllo dell’inflazione la priorità assoluta della politica monetaria. Nel contesto attuale, ha spiegato Draghi, il peggioramento della dinamica del debito pubblico può rappresentare un elemento di particolare vulnerabilità per le economie avanzate. Se i mercati iniziassero a dubitare dell’impegno delle banche centrali nel mantenere la stabilità dei prezzi, potrebbe aumentare il cosiddetto premio per l’inflazione, con conseguenze dirette sui costi di finanziamento degli Stati. L’aumento dei rendimenti, a sua volta, renderebbe più oneroso il servizio del debito, contribuendo a un ulteriore deterioramento dei conti pubblici. Secondo l’ex presidente della Bce, potrebbe così innescarsi un meccanismo autoalimentato: il deterioramento delle finanze pubbliche alimenterebbe le aspettative che il debito possa essere sostenuto in futuro attraverso la politica monetaria; queste aspettative farebbero aumentare quelle sull’inflazione e, di conseguenza, i rendimenti richiesti dagli investitori. Il maggiore costo di finanziamento aggraverebbe ulteriormente la posizione fiscale degli Stati, rendendo più complesso per le banche centrali intervenire sui tassi senza alimentare ulteriori timori sui prezzi. Draghi ha tuttavia sottolineato che la stabilità dei prezzi non rappresenta l’unico elemento da considerare. Una seconda priorità è evitare che la crescita economica risulti più debole del necessario. Di fronte a shock inflazionistici, però, la politica monetaria non può farsi carico direttamente del sostegno alla crescita: il suo compito è assicurarsi che i tassi di riferimento non rimangano a un livello superiore a quello necessario per riportare l’inflazione verso la stabilità nel medio periodo. Un ruolo particolarmente importante viene attribuito alla comunicazione delle banche centrali. In presenza di shock frequenti e complessi, secondo Draghi, individuare il percorso appropriato dei tassi dipende in larga misura dalla capacità delle istituzioni monetarie di spiegare ai mercati come intendono reagire nei diversi scenari economici. Gli investitori, infatti, non valutano un solo possibile percorso dei tassi, ma prendono in considerazione una serie di scenari, ai quali attribuiscono probabilità differenti. Le condizioni finanziarie osservate nel presente riflettono quindi anche le aspettative sulle future decisioni delle banche centrali. Le considerazioni di Draghi arrivano in una fase di forte attenzione sui mercati obbligazionari internazionali. L’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e le preoccupazioni sulla sostenibilità dei debiti pubblici si intrecciano con il ritorno delle pressioni sui prezzi dell’energia. Il rialzo del petrolio, favorito anche dall’incertezza geopolitica in Medio Oriente, rappresenta infatti un potenziale fattore di pressione sull’inflazione e rende più complesso il quadro nel quale devono operare le banche centrali. Anche l’Europa deve confrontarsi con rendimenti più elevati e con una crescita che rimane relativamente debole. Nel corso del suo intervento, Draghi ha evidenziato come l’economia dell’area euro si trovi a dover affrontare condizioni finanziarie più restrittive, mentre negli Stati Uniti una parte significativa degli investimenti legati all’intelligenza artificiale contribuisce a sostenere la domanda e la crescita. Il tema degli investimenti è quindi strettamente collegato a quello della competitività europea. Draghi ha richiamato la necessità di mobilitare risorse per sostenere settori strategici, tra cui quello dell’intelligenza artificiale, sottolineando l’importanza di creare condizioni che favoriscano gli investimenti senza compromettere la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il messaggio centrale della Lecture riguarda dunque il rapporto tra inflazione, debito e credibilità delle istituzioni monetarie. Per Draghi, in una fase caratterizzata da shock economici e geopolitici sempre più complessi, la capacità delle banche centrali di mantenere la fiducia dei mercati rappresenta un elemento essenziale. La stabilità dei prezzi deve rimanere il riferimento principale della politica monetaria, mentre crescita, investimenti e sostenibilità dei conti pubblici richiedono interventi coordinati e strumenti che vanno oltre la sola politica dei tassi.
Euro digitale, l’Eurosistema apre una nuova fase di sperimentazione tra intelligenza artificiale e nuovi servizi di pagamento
La Banca centrale europea e l’Eurosistema avviano una nuova fase di sperimentazione sull’euro digitale, coinvolgendo imprese, banche, società tecnologiche, fintech, associazioni dei consumatori, istituzioni pubbliche e centri di ricerca. L’obiettivo è sviluppare e testare nuove soluzioni che potrebbero essere utilizzate nell’eventuale futura valuta digitale europea. Il programma si divide in due filoni. Il primo riguarda la sperimentazione di servizi concreti, come ricevute elettroniche, pagamenti effettuati da più persone, transazioni condizionate e nuove funzioni per le applicazioni di pagamento. Le attività si svolgeranno tra gennaio e giugno 2027. Il secondo filone sarà dedicato all’esplorazione di nuove tecnologie e possibili utilizzi futuri. Tra i temi indicati figurano l’intelligenza artificiale applicata ai pagamenti, gli agenti AI, i micropagamenti e l’utilizzo dell’euro digitale nei servizi pubblici, dalla mobilità alle utenze fino alle iniziative di smart city. La nuova iniziativa si inserisce nel percorso già avviato dall’Eurosistema per preparare l’eventuale introduzione dell’euro digitale. Nel luglio 2026 la BCE ha inoltre selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento per un progetto pilota che dovrebbe partire nella seconda metà del 2027 e durare un anno. L’eventuale introduzione dell’euro digitale non è ancora una decisione definitiva. La BCE punta a essere pronta per una possibile prima emissione nel 2029, ma la tempistica dipenderà anche dall’approvazione della normativa europea ancora in discussione. La nuova fase rappresenta quindi soprattutto un passaggio tecnico e operativo: l’Eurosistema vuole verificare come l’euro digitale potrebbe funzionare concretamente e quali servizi potrebbero essere costruiti attorno alla futura infrastruttura di pagamento europea.

