Meloni al Parlamento: né rimpasto né dimissioni e sfida le opposizioni

Dopo giorni di attesa, Giorgia Meloni, pur senza esagerare nei toni, si presenta in Parlamento a quasi tre settimane dalla debacle del referendum per spazzare il campo da “polemiche infinite e pretestuose” e lanciare la sua “sfida” alle opposizioni: facciano proposte serie, il ragionamento che avanza la premier in un'ora di informativa alla Camera, replicata quasi letterale al Senato, e saranno prese in considerazione. Se invece, come accaduto a Montecitorio, a sinistra si preferisce continuare a “inveire” e a mettere in fila solo “insulti e demagogia”, “facciano pure”, il suo esecutivo andrà avanti “a governare nella tempesta”, fino alla fine. Senza “rimpasti o dimissioni”. La premier ce l'ha soprattutto con Elly Schlein, unica dei leader del centrosinistra che viene citata più volte per nome e cognome, al punto da mutuare il suo “testardamente unitaria” per rivendicare la postura in politica estera nei confronti di Washington, su cui l'Italia non ha mai cambiato posizione, da “ottant'anni” alleata degli Usa, e cui comunque si dice “di no quando non siamo d'accordo”. 

Così come netta, dice la premier, è stata la condanna delle azioni di Israele, soprattutto ora che in Libano si è passato il segno. Perseguire la politica estera non è fare “turismo diplomatico”, rivendica la Premier rispondendo alle critiche per la sua missione nel Golfo. Anzi, è “maledettamente necessaria alla politica interna” soprattutto in tempi di crisi, quando bisogna assicurare “gli approvvigionamenti energetici” di fronte allo “shock più pesante visto di recente, ai rincari dell'energia, dei carburanti, dei generi di consumo”, che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini. Li elenca uno a uno, la premier, i “surreali teoremi” delle opposizioni, anche quello che le ha fatto più male, che ha tirato in ballo “un padre, peraltro morto, che non vedo da quando avevo 11 anni”. Il riferimento è ai contatti con esponenti del clan Senese, di Andrea Delmastro prima, poi di altri esponenti del suo partito come Paola Frassinetti e Carlo Fidanza emersi dalle carte dell'inchiesta Hydra di Milano. Sia la commissione Antimafia a fare chiarezza “sulle infiltrazioni nei partiti, compreso FdI”, rilancia la Meloni che ribadisce di non volere “prendere lezioni” sul tema delle mafie. 

Per il resto il discorso è un lungo elenco delle cose fatte e di quelle rimaste da fare senza bisogno di “nuove linee programmatiche” perché il faro resta il programma del centrodestra. Non c'è spazio per “promesse roboanti” e lì nel mirino finiscono i 5 Stelle con l'evocazione di reddito di cittadinanza e superbonus, alla “disperata ricerca di consenso”. Anche perché le risorse sono poche, a maggior ragione se non si arriverà, come la premier auspica in caso di un inasprirsi della crisi energetica, a una “sospensione del Patto di Stabilità”. Con quelle a disposizione, “se ci saranno le condizioni” mette comunque le mani avanti, si cercherà di continuare con il “taglio delle tasse”, con il rafforzamento del “potere d'acquisto” e dei “salari”, in particolare dei lavoratori “fragili”, con la spinta all'occupazione femminile, ancora “fanalino di coda” in Ue nonostante gli sforzi profusi finora. Ma sono altri i dossier su cui Meloni fa mea culpa, ammettendo che i risultati sono parecchio al di sotto delle attese. 

Le liste di attesa in sanità, che hanno ancora tempi “inaccettabili”, e la sicurezza su cui si deve fare di più: Meloni lo dice mentre in Aula ci sono tra gli altri, Matteo Piantedosi, coinvolto in un affaire che la premier nemmeno cita. Ma ci sono anche gli altri, Gilberto Pichetto che maneggia l'energia, e Orazio Schillaci che delle liste di attesa si dovrebbe occupare. Non c'è al Senato Daniela Santanché, cui è stato chiesto, come a Delmastro, un passo indietro, scelte che non sono state né “semplici né indolori” ma “abbiamo anteposto di nuovo l'interesse della nazione a quella del partito”. La maggioranza resta “solida” e la direzione chiara, sempre verso “l'interesse nazionale”. Poi saranno “i cittadini a giudicare” nel 2027. In primavera o magari, come si comincia a ipotizzare, in autunno proprio al termine della legislatura. 

Le opposizioni attaccano in aula: “Quattro anni di nulla, ora tocca a noi”

La postura internazionale e il caro energia, i dati economici e le politiche sul lavoro, la produzione industriale e gli ultimi casi di cronaca che hanno investito Ministri e sottosegretari: le opposizioni in Aula tirano fuori un arsenale articolato per sferrare l'attacco alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Seppur con sfumature diverse, il campo largo si compatta su un messaggio chiaro: “Dal governo quattro anni di nulla, ora tocca a noi”. Lo sguardo dei leader di centrosinistra è già rivolto alle politiche: “Siamo pronti”, è l'avvertimento diretto alla premier, nonostante i nodi da sciogliere per la costruzione dell'alternativa, leadership in primis, l'analisi della congiuntura politica è condivisa, muove da una fotografia del voto referendario e insiste su un Governo “in difficoltà”, o peggio, “in galleggiamento”. La segretaria del Pd Elly Schlein torna sulla sfida del referendum già persa dalla premier e affonda: “In quattro anni avevate i numeri per fare tutto e non avete fatto nulla, toccherà a noi costruire un'alternativa in difesa della Costituzione”. La leader dem cita i “fallimenti” dell'esecutivo su sanità, scuola e lavoro precario e invia simbolicamente a Meloni “una cartolina dal Paese reale”. 

Dello stesso avviso il presidente M5S Giuseppe Conte: “Meloni è in modalità rimozione, rimane legata ai suoi errori e non c'è nessuna possibilità di recupero. Saranno mesi inutili”. In Aula il leader pentastellato usa parole dure sulla politica estera, definisce la premier “complice del genocidio” di Benjamin Netanyahu e “corresponsabile della distruzione del diritto internazionale a opera di Donald Trump”. Quindi l'accusa di “raccontare una realtà mitologica”: “La sveglia referendaria non è suonata a Palazzo Chigi. Meloni ha citato grandi numeri, ma non due numeretti: quattro anni, zero riforme”. Leitmotiv che torna anche nelle parole del leader di Avs Angelo Bonelli: “Non abbiamo problemi, siamo pronti a governare”, dice. Stuzzica la premier con le recenti dichiarazioni di J.D. Vance, lei borbotta e lui incalza: “La vedo nervosa”. Al “nulla dei quattro anni di governo”, Bonelli oppone le proposte del centrosinistra. Poi, la stilettata: “Lei oggi ha fatto il discorso del suo declino, il discorso di apertura della sua campagna elettorale”. Stessa accusa rivolta da Riccardo Magi

Dal Senato, invece, è il leader di Italia Viva Matteo Renzi ad attaccare. Non fa a meno di citare “il problema Conte, ma non Giuseppe”, riferendosi al caso Piantedosi. “Avete una possibilità per restare in piedi, - aggiunge - quella di far dividere l'opposizione. Perché se l'opposizione sta unita, il 'no' che rimbomba - quello del referendum - è un no che da qui al 2027 vi porterà a fare le valigie. Il governo Vinavil ha una data di scadenza molto chiara, tra poco tocca a noi”. Ma in questo 'noi' non sembra starci Carlo Calenda, secondo cui il campo largo “non è pronto per governare”; il leader di Azione ribadisce la disponibilità al dialogo, purché “senza risse”, la premier gradisce e lo ringrazia.  

L'Idf spara contro un mezzo italiano Unifil in Libano. Ira del Governo

Spari contro un convoglio del contingente italiano dell'Unifil nel Sud del Libano. Un mezzo blindato Lince è stato centrato da colpi di avvertimento esplosi dall'Idf per bloccarne la marcia. La colonna di mezzi, che aveva appena lasciato la base di Shama con destinazione Beirut, è stata bersagliata a circa due chilometri dal punto di partenza; i proiettili hanno raggiunto pneumatici e paraurti del veicolo, costringendo i caschi blu a fare dietrofront e rientrare alla base. Fortunatamente non ci sono stati feriti, ma l'episodio ha fatto salire la tensione alle stelle. Dura la condanna della premier Giorgia Meloni che definisce “del tutto inaccettabile che il personale” impiegato “sotto la bandiera dell'Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili” in “palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”. “Israele dovrà chiarire” attacca la premier. 

Intanto il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato alla Farnesina l'ambasciatore israeliano e sentito telefonicamente il presidente del Libano, il generale Joseph Aoun, esprimendo solidarietà per gli “attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele”. “I militari italiani non si toccano” avvisa Tajani che, in Aula alla Camera, ha fornito alcuni dettagli sull'episodio in cui è stata coinvolta la colonna italiana spiegando che “portava elementi a Beirut per il rimpatrio”. Dal Ministro della Difesa Guido Crosetto giunge la richiesta “alle Nazioni Unite di intervenire presso le Autorità Israeliane con la massima urgenza per chiarire l'accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale Unifil e ribadire con fermezza il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu”. Crosetto assicura che “l'Italia continuerà a sostenere la missione di pace, ma pretende il pieno rispetto del ruolo di Unifil e la tutela dei propri militari. Episodi come questo sono intollerabili e non devono ripetersi”. 

In Parlamento Crosetto ribadisce il no agli Usa sulle basi

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto in un'informativa urgente alla Camera difende la linea del Governo sull'utilizzo delle basi militari da parte delle forze americane, a pochi giorni dal caso Sigonella, quando l'esecutivo ha detto no all'atterraggio di un bombardiere Usa diretto in MO. Ma il Ministro non si limita a ribadire quanto già spiegato dopo il no agli americani: “L'applicazione degli accordi sull'uso delle basi militari americane nel nostro Paese è sempre stata caratterizzata da un'assoluta, coerente continuità da oltre 75 anni”. Non si tratta, dunque, solo dell'esecutivo Meloni: in questi decenni “nessun Governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l'ipotesi di non attuare” quegli accordi. Comprese “anche parte delle forze politiche che alle volte sento criticare” e che ne chiedono “a gran voce la revisione”: sono le stesse che “hanno sempre agito nell'alveo di quei trattati, senza mai negare l'utilizzo delle basi”. Anche perché con gli Usa siamo “legati da un rapporto quasi secolare di amicizia”. 

Che non vuol dire però “essere coinvolti in una guerra”: “Siamo alleati” degli americani, “ma sappiamo far rispettare le nostre leggi e i trattati che ci vincolano: non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile”. Proprio per questo il Ministro invoca l'unità del Paese, in un momento in cui bisogna “difendersi di fronte alla follia che sembra aver preso il mondo, in cui la ricerca di armi sempre più sofisticate e la ricerca della bomba atomica per dirimere le controversie internazionali sembrano essere all'ordine del giorno”. Nel suo intervento snocciola anche una serie di dati sugli atterraggi autorizzati nelle basi di Aviano e Sigonella, in particolare sui mezzi a pilotaggio remoto. Il suo discorso è stato puntellato da applausi dai banchi della maggioranza dov'era massiccia la presenza dei deputati di FdI, mentre erano poco più di dieci i parlamentari della Lega e di Forza Italia; aseguire l'informativa dall'emiciclo anche i ministri Tommaso FotiRoberto Calderoli e Gianmarco Mazzi. Critiche invece all'intervento del Ministro sono arrivate dell'opposizione.

I sondaggi della settimana

Negli ultimi sondaggi disponibili realizzati dall’Istituto SWG il 30 marzo, tra i partiti del centrodestra Fratelli d’Italia resta stabile al 29,5%. In seconda battuta, il Partito Democratico sale al 22,0%. Terza forza nazionale il Movimento 5 Stelle che guadagna 0,1 punti attestandosi al 12,3%. Tra le altre forze del centrodestra, Forza Italia sale all’7,9%, e la Lega perde al 6,6%. Nella galassia delle opposizioni, AVS è stabile al 6,6%. I centristi vengono rilevati singolarmente con Azione (3,4%)IV(2,3%)+Europa (1,4%) e Noi Moderati (1,1%). Infine, Futuro Nazionale, che resta stabile e si attesta al 3,3%.

La stima di voto per la coalizione di centrodestra (FdI, Lega, FI, Noi Moderati) scende al 45,1%. Il centrosinistra (Pd, All. Verdi Sinistra) sale al 28,6% delle preferenze; fuori da ogni alleanza, il M5S sale al 12,3%. A chiudere il Centro, che scende e si attesta al 7,1%, e Futuro Nazionale, che rimane stabile al 3,3%.

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