FMI avverte: debito pubblico in mani straniere rende l'Italia vulnerabile

L'Italia sconta investimenti strutturali bassi, passività troppo elevate verso l'estero e una quota di debito pubblico troppo elevata sotto il controllo straniero. È quanto emerge nell'External Sector Report del Fondo monetario internazionale (FMI), secondo cui questi elementi negativi danneggiano la posizione di conto corrente in attivo e in linea con i fondamentali dell'Italia. Secondo il Fondo, una volta terminata l'emergenza sanitaria l'Italia avrà bisogno di politiche volte a migliorare la competitività, con l'obiettivo di sostenere la crescita e ridurre il debito pubblico a medio termine. Secondo l'Fmi, peraltro, nonostante il sostegno della Banca centrale europea (Bce), l'Italia resta vulnerabile alla volatilità del mercato a causa delle ampie necessità di rifinanziamento del debito. Per questo motivo, secondo il Fondo, è necessario un processo di aggiustamento dei conti nel medio termine e ulteriori attività volte a rafforzare ulteriormente i bilanci delle banche così da "ridurre le vulnerabilità esterne e mantenere la fiducia degli investitori.  

C’è l’intesa sui licenziamenti. Decreto agosto in Cdm 

Blocco dei licenziamenti per tutti ancora fino a metà novembre, poi sarà consentito licenziare solo alle aziende che non usino i fondi per la cassa integrazione Covid o per la decontribuzione. Dopo un vertice fiume andato avanti, a singhiozzo, da martedì sera, il premier Giuseppe Conte e il ministro Roberto Gualtieri raggiungono l'accordo nel Governo sul paracadute da offrire a imprese in crisi e lavoratori, e Gualtieri annuncia l'intesa sulla norma e la convocazione per oggi del Consiglio dei ministri per il varo del cosiddetto decreto agosto da 25 miliardi. Non tutto è risolto, però, perché l’assenso di Iv per ora è condizionato e su misure come il bonus per i consumi nell’esecutivo si litiga ancora. La nuova manovra in deficit per tamponare gli effetti dell'emergenza Coronavirus arriva a ridosso di ferragosto ed è già sommersa da una valanga di richieste di partiti e Ministeri: 25 miliardi sono tanti, ma fino all'ultimo si lavora per far quadrare le coperture. Al tavolo di Governo, che vede un via vai di capi delegazione, Ministri e sottosegretari, si registrano diversi momenti di tensione e, anche se già in una bozza circolata mercoledì si tratteggiava una possibile soluzione sulla proroga dello stop ai licenziamenti, è solo nel primo pomeriggio di ieri che tutti i partiti di maggioranza sottoscrivono l'intesa. Fino all'ultimo Leu chiedeva, in linea con i sindacati, lo stop ai licenziamenti fino al 31 dicembre; Iv difendeva la necessità di “non ingessare le aziende nel momento della ripartenza” e quindi consentire di licenziare dal 15 ottobre, alla scadenza dello stato di emergenza. 

La mediazione fissa l'asticella a metà novembre: intorno al 15 scadrà infatti la copertura delle 18 settimane di cig o decontribuzione cui potranno attingere tutte le aziende proprio per evitare di licenziare. Dopo quel momento il divieto resterà solo per i licenziamenti collettivi, fino a fine dicembre, e per le aziende che continuino a godere della cassa Covid o degli sgravi. Risolto il nodo principale, tutto bene? No, perché mentre fa piombare il macigno di 2800 emendamenti al Senato sul decreto semplificazioni, la maggioranza litiga sulle singole misure e mette a rischio le coperture. Italia viva, con Luigi Marattin, condiziona il suo sì in Cdm al rinvio a novembre delle tasse per lavoratori autonomi, Isa e forfettari: la misura dovrebbe esserci, Iv attende di leggere il testo. La ministra Teresa Bellanova dà battaglia sulla richiesta di 5mila euro a fondo perduto per 180mila ristoratori che usino prodotti al 100% made in Italy: costa 900mila euro e non è detto che passi. 

Arriva la fiscalità di vantaggio per il Sud chiesta dal ministro Peppe Provenzano: 30% di sgravi da ottobre sui contributi per le aziende che operino al sud. Passano invece i contributi a fondo perduto voluti da Dario Franceschini per le attività dei centri storici (circa 400 milioni) e il bonus su chi al ristorante paga con carta di credito, che dovrebbe scattare da dicembre. Non passano, invece, sconti più ampi sui consumi, incluso l'abbigliamento, sostenuto da un fronte trasversale; protestano perciò il viceministro M5S Stefano Buffagni e la sottosegretaria Pd Alessia Morani e fino all'ultimo daranno battaglia, come promettono di fare i Comuni, se non passeranno i 500 milioni aggiuntivi chiesti da Antonio Decaro rispetto al corposo pacchetto di sostegni agli Enti locali. Il Consiglio dei ministri dovrebbe esserci venerdì sera: Gualtieri è al lavoro con tecnici e sottosegretari sul testo. L'obiettivo è sminare le tensioni, portare in Cdm la manovra di agosto insieme alla riforma del Csm per poi prendersi una pausa prima di un autunno che già si annuncia caldo, a partire dal Recovery plan, che Conte vorrebbe presentare in Parlamento a inizio settembre. 

La produzione industriale è in recupero, ma è lontana dai livelli pre-Covid

La produzione industriale italiana è in recupero. Ma il cammino per recuperare i livelli pre-pandemia è ancora lungo. L'Istat segnala che a giugno la produzione aumenta dell'8,2% su maggio. Un recupero rispetto ai mesi di lockdown, ma su base annua si registra una flessione del 17,5% e nella media del secondo trimestre il livello cala del 17,5%. Sebbene in recupero i livelli produttivi restino ancora distanti da quelli prevalenti prima dei provvedimenti legati all'emergenza sanitaria, commenta l'istituto di statistica, evidenziando che rispetto a gennaio la produzione risulta inferiore di oltre 13 punti percentuali. “Prosegue la ripresa della nostra economia”, commenta il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri. Il rimbalzo della produzione “crea i presupposti per un forte rimbalzo del Pil nel terzo trimestre. L'Italia è sulla strada giusta”, aggiunge il Ministro. Tutti i settori tentano il rimbalzo: crescono in misura marcata i beni di consumo (+9,8%), i beni intermedi (+9%), i beni di strumentali (+8,1%) e, con una dinamica meno accentuata, l'energia (+2,1%). Al contrario, su base annua, i settori segnano ancora tutti una flessione. Il calo è meno pronunciato solo per l'energia (-6,2%), mentre risulta più rilevante per i beni strumentali (-16,2%), i beni intermedi (-15,7%) e quelli di consumo (-11,4%). L'unico settore che registra un incremento tendenziale è quello delle attività estrattive (+1,5%). Ancora in calo la produzione industriale del settore auto. 

A giugno l’Istat evidenzia una flessione del 39,8% su base annua. Nel primo semestre la flessione è pari al 43,6%. Il rimbalzo di giugno non convince i consumatori. “Considerato che solo dal 18 maggio avevano riaperto tutte le attività economiche e produttive, a giugno era plausibile attendersi un recupero maggiore”, commenta Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori. Per l'Unc il rimbalzo è “deludente e insufficiente”. L'industria si confronta con un contesto che, rileva ancora Istat nella nota mensile sull'andamento dell'economia, ha visto una caduta del Pil nel secondo trimestre di entità eccezionale. Il periodo è stato condizionato negativamente dalla chiusura delle attività ad aprile, ricorda l'istituto di statistica. E mentre segnali positivi arrivano dalla produzione industriale, ma anche dal miglioramento della fiducia delle imprese, a giugno si registra un'ulteriore marginale riduzione dell'occupazione in presenza di un ritorno alla ricerca del lavoro. 

Riprende con vigore il commercio estero +14,4% sul mese ma -12,1% sull’anno

Per l’Istat, a giugno 2020 si stima una crescita congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l'estero, più intensa per le importazioni (+16,1%) che per le esportazioni (+14,4%). L'incremento su base mensile dell'export è dovuto agli aumenti delle vendite sia verso i mercati extra Ue (+15,6%) sia verso l'area Ue (+13,3%). A giugno 2020 l'export registra ancora un'ampia flessione su base annua (-12,1%), ma in netta e progressiva attenuazione rispetto a maggio (-30,4%) e aprile (-41,5%); la contrazione è più marcata verso l'area extra Ue (-15,1%) rispetto a quella Ue (-9,2%). La flessione dell'import è più ampia (-15,6%), ma anch'essa in evidente ridimensionamento (era -35,2% a maggio), ed è sintesi del calo degli acquisti da entrambi i mercati, più marcato dall'area extra Ue (-17,9%) rispetto all'area Ue (-13,8%). Nel secondo trimestre 2020, malgrado la crescita a maggio e giugno, la variazione rispetto al trimestre precedente resta ampiamente negativa sia per l'export (-24,8%) sia per l'import (-21,8%), a causa del forte calo registrato ad aprile. Tra i settori che contribuiscono maggiormente alla flessione tendenziale dell'export si segnalano prodotti petroliferi raffinati (-62,1%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-24,9%), macchinari e apparecchi n.c.a. (-8,4%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-9,4%) e autoveicoli (-20,5%). 

In aumento su base annua le esportazioni di computer, apparecchi elettronici e ottici (+12,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+2,3%). Su base annua, i paesi che contribuiscono maggiormente alla caduta dell'export sono Stati Uniti (-22,4%), Spagna (-21,7%), Francia (-9,7%), Regno Unito (-11,2%) e paesi OPEC (-17,1%). In aumento le vendite verso Svizzera (+4,7%), Belgio (+7,5%) e Giappone (+8,1%). Nei primi sei mesi dell'anno, la flessione tendenziale dell'export (-15,3%) è dovuta in particolare al calo delle vendite di macchinari e apparecchi (-20,0%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (-14,0%), autoveicoli (-32,0%), articoli in pelle escluso abbigliamento e simili (-28,4%) e mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (-22,0%). A giugno 2020 si stima che il saldo commerciale aumenti di 531 milioni di euro (da +5.701 milioni a giugno 2019 a +6.232 milioni a giugno 2020). Al netto dei prodotti energetici il saldo commerciale è pari a +7.761 milioni di euro (era +8.891 milioni a giugno 2019). Nel mese di giugno 2020 si stima che i prezzi all'importazione aumentino dello 0,1% su maggio 2020 e diminuiscano del 6,5% su base annua.



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