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La Settimana Economica 9 - 15 marzo 2019

Istat: il 2018 si è chiuso con 192mila occupati in più

Secondo l’Istat, nel 2018 è diminuito il tasso di disoccupazione dall'11,2% del 2017 al 10,6%. Anche per i giovani si registra un miglioramento del 2,6% con un tasso di disoccupazione giovanile del 32,2%. Il numero dei disoccupati, complessivamente, si riduce di 151 mila unità (-5,2% fino a quota 2 milioni 755 mila), in misura più intensa rispetto al 2017. Il calo della disoccupazione riguarda sia le persone in cerca di lavoro da almeno 12 mesi (-82 mila, -4,9%) sia i disoccupati di breve durata. Nel complesso, gli occupati sono aumentati di 192mila unità (+0,8%) e il tasso disoccupazione è salito al 58,5% (+0,6 punti), rimanendo di appena 0,1 punti percentuali al di sotto del picco del 2008. L'aumento tra i lavoratori dipendenti riguarda esclusivamente quelli a tempo determinato (+323 mila, +11,9%) mentre dopo quattro anni di crescita cala il tempo indeterminato (-108 mila, -0,7%). Per quanto riguarda il salario minimo, secondo i dati Inps, il 22% dei lavoratori dipendenti delle aziende private (sono esclusi gli operai agricoli e i domestici) ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi, ovvero alla soglia individuata da uno dei disegni di legge sul salario minimo in discussione al Senato. La fotografia dell’Istat mostra però un'Italia spaccata. Se si analizza il tasso di occupazione, infatti, l'Istituto di statistica rileva che nel 2018 è aumentato al Nord di 0,6 punti, nel Centro e nel Mezzogiorno di 0,5 punti. Tuttavia, mentre nel Centro-nord il tasso di occupazione raggiunge livelli superiori a quelli del 2008, arrivando al 67,3% nel Nord e al 63,2% nel Centro, nel Mezzogiorno è calato dell’1,5% (44,5%).

Per Visco la crescita è troppo debole e mancano gli investimenti

Il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, in occasione della presentazione del suo libro “Anni difficili” alla Federico II di Napoli ha parlato lungamente della situazione Italiana. Secondo Visco, “siamo stati di fronte alla crisi economica più grave per l'economia dei paesi occidentali, ormai è acclarato, e l'Italia in questo contesto sconta più di altri gli errori del passato e soprattutto una grave mancanza di investimenti che frena produttività e crescita. Quello che è cambiato rispetto a questi “anni difficili” è che dalla primavera dello scorso anno il protezionismo, le incertezze politiche hanno alimentato ancora di più la paura generando nuovi timori e senso di insicurezza. Una miscela da cui nascono nuove scelte geopolitiche, dai populismi-sovranismi alle diverse posizioni assunte sulla cosiddetta via della seta”. Secondo il Governatore di Bankitalia l’Italia dovrebbe avviare misure strutturali che vadano ad intervenire prioritariamente sul debito pubblico così da liberare la spesa per interessi e poter avviare una solida politica di investimenti. Nel suo intervento ha ripercorso le politiche monetarie degli ultimi 15 anni da Berlusconi a Conte passando da Prodi e Monti. Di ognuna ha tracciato un bilancio auspicando di tornare a considerare l’abbassamento del debito e la riduzione dello spread ed il ritorno ad una politica monetaria espansiva sul piano degli investimenti realmente produttivi fra le priorità del Paese. 

È aperta la sfida alla successione di Draghi alla BCE

Ormai da qualche settimana è iniziato il toto-nomi sul nuovo presidente della Banca Centrale Europea che andrà a sostituire Mario Draghi. Con il mandato in scadenza a fine ottobre, Draghi ben presto dovrà abbandonare la guida della BCE, che con lui ha visto nascere il quantitative easing e una politica monetaria espansiva con il fine di risollevare le sorti, in un forte momento di crisi, dell’economia dell’Eurozona. La corsa al sostituto di Draghi sembra ormai essere una questione per lo più franco-finlandese, secondo un sondaggio targato Bloomberg: infatti, tra le prime posizioni tra i possibili candidati a nuovo presidente BCE troviamo due nomi di nazionalità francese e due finlandesi. In testa nel sondaggio troviamo Erkki Liikanen, ex direttore della banca centrale finlandese. A seguire, a poca distanza, spicca Francois Villeroy de Galhau, attuale Governatore della Banca di Francia. Il connazionale di Liikanen, Olli Rehn, vanta la terza posizione, seguito dal francese Benoit Coeure. L’esponente tedesco più quotato alla carica di presidente dell’istituto centrale, Jens Weidmann, è al quinto posto. Sarà una scelta decisamente politica, in base non solo all’esperienza, ma anche al genere e alla nazionalità. Il nuovo presidente della BCE erediterà un assetto espansivo di politica monetaria e il suo compito sarà quello di consolidare la ripresa dell’economia dell’Eurozona.

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Settimana Economica 9 - 15 marzo 2019

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