Legge elettorale, la Consulta rigetta il referendum della Lega

Dopo una giornata intera di camera di consiglio, la Consulta ha bocciato il quesito referendario proposto dalla Lega che puntava a trasformare il sistema elettorale in un maggioritario puro all’inglese interamente basato sui collegi uninominali. La ragione della bocciatura sta nel fatto che il quesito leghista avrebbe lasciato sul campo una legge elettorale inapplicabile con cui non sarebbe stato possibile votare subito. Secondo alcune indiscrezioni, la decisione non sarebbe stata presa all’unanimità ma comunque con una maggioranza solida. La conseguenza politica immediata di questa decisione è il ritorno molto probabile ad un sistema elettorale proporzionale (al momento, l’impropriamente detto Germanicum) che fa tornare indietro le lancette della politica italiana alla Prima Repubblica in cui verrà dato più peso alla capacità negoziale post elettorale dei partiti in Parlamento piuttosto che alla loro abilità di stringere coalizioni pre elettorali coese e appetibili per l’elettorato. Tutto questo con un sistema partitico e un contesto sociale nettamente diversi rispetto ai tempi di DC, PCI e PSI.

Tutti gli esponenti della maggioranza hanno plaudito alla decisione della Corte costituzionale, mentre dall’opposizione i commenti sono stati di tutt’altro tono. Il ministro per le riforme, Federico D’Incà, ha subito affermato l’intenzione del Governo di proseguire la riforma del Rosatellum, per dare al Paese una legge elettorale proporzionale con soglia alta in modo da garantire un sistema politico più coeso, camere più rappresentative e governi più stabili. D’altro avviso il leader leghista Matteo Salvini, che ha tuonato: "È una vergogna, è il vecchio sistema che si difende: PD e M5S sono e restano attaccati alle poltrone. Ci dispiace che non si lasci decidere il popolo: così è il ritorno alla preistoria della peggiore politica italica".

Ora la strategia leghista sembra quella di promuovere, da una parte, su indicazione di Forza Italia, una legge elettorale maggioritaria comune per la coalizione (più che altro una battaglia di principio) e, dall’altra, altre consultazioni popolari a partire dalle regioni a guida centrodestra. E quindi, nei prossimi mesi se non settimane, è facile aspettarsi una raccolta firme per un ddl costituzionale per il presidenzialismo e una serie di referendum abrogativi nei confronti delle leggi che il governo giallorosso intende approvare. 

Autostrade, l’ipotesi revoca rimane ancora sul tavolo

La decisione finale su Autostrade per l'Italia non arriverà in Consiglio dei ministri prima delle elezioni in Emilia-Romagna e Calabria del prossimo 26 gennaio. In base ai segnali lanciati dal premier Giuseppe Conte, sembra che l’opzione revoca della concessione sia la più quotata. Si intravedono, comunque, timidi spiragli per una trattativa in extremis come traspare dalle parole della titolare del dicastero di Porta Pia, Paola De Micheli, in audizione alla Camera sul Milleproroghe: “Sono accaduti dei fatti in questi anni, che hanno dimostrato trascuratezza da parte di alcuni concessionari e l’analisi di quello che è accaduto […] ci obbliga ad una riflessione”. Ha aggiunto, in merito alla vicenda Autostrade che una decisione non è stata presa e che il MIT sta ultimando la relazione finale e che nel decreto “si è provveduto ad eliminare attraverso una disposizione di legge una situazione di privilegio attribuita, sempre per legge, ad alcuni concessionari e che non c’è alcun tipo di volontà espropriativa”. 

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Intanto Allianz, uno degli azionisti internazionale di Autostrade per l'Italia, che ha presentato alla Commissione europea un esposto contro la modifica unilaterale dei contratti di concessione autostradale introdotta dal Governo Conte II nel decreto Milleproroghe con l’obiettivo di rendere più facile la revoca della concessione della società. Nel frattempo, continua l’azione del nuovo ad di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, per evitare la revoca delle concessioni che segnerebbe la fine dell’azienda. Da via Bergamini infatti arriva l’annuncio di un maxipiano di investimenti da 7,5 miliardi di euro nei prossimi 4 anni di cui 1,5 previsti per la manutenzione. Inoltre, si punta su digitalizzazione dei controlli su viadotti e gallerie prevedendo circa mille assunzioni.

A questa situazione turbolenta si unisce un ulteriore aspetto, vale a dire la denuncia dei periti del Gip nell’inchiesta sul crollo del ponte Morandi sulle presunte pressioni da parte degli altri consulenti. In particolare, lo scorso 19 dicembre, alcuni tecnici consulenti degli indagati hanno chiesto di potere effettuare delle prove di carico per testare la resistenza su una trave dell'impalcato, sostenendone i costi. I risultati delle prove avrebbero dovuto essere acquisiti agli atti ma i periti del gip si sono opposti sostenendo che non servisse. Da lì la situazione è degenerata, fino alla denuncia

M5S, altre defezioni al Senato. La maggioranza si assottiglia

Il senatore Luigi Di Marzio ha deciso di abbandonare il Movimento 5 Stelle per passare al gruppo Misto. In questa legislatura, è il quattordicesimo parlamentare che lascia i Cinque Stelle. I precedenti tredici sono stati parlamentari espulsi, alcuni dei quali già prima di essere eletti. Ma la diaspora pentastellata non si ferma qua. Voci di corridoio affermano che altri tre senatori sono in trattativa con il Carroccio al Senato e alla Camera ci sono almeno un paio di due deputati pronti ad andare nel Gruppo Misto per seguire l’ex ministro del MIUR, Lorenzo Fioramonti e il suo nuovo partito ambientalista. 

Luigi Di Marzio è uno dei senatori è stato uno dei firmatari della richiesta di referendum confermativo sul taglio dei parlamentari promosso da alcuni parlamentari di Forza Italia. Inoltre, fino a qualche tempo fa, risultava “moroso” rispetto alle restituzioni dovute al M5S: in realtà aveva sempre versato il dovuto ma non aveva mai rendicontato le restituzioni. Chi invece rischia grossissimo sul tema delle restituzioni è il senatore Lello Ciampolillo, che da tempo ormai non obbedisce più alle direttive del gruppo in sede di voto. Discorso simile per il senatore Mario Giarrusso che non restituisce dal 2018 ma che dovrebbe cavarsela con una sospensione perché ha bisogno di accantonare risorse per difendersi nei tribunali “dove sono stato trascinato da persone che abbiamo attaccato svolgendo i compiti che ci sono stati affidati dai cittadini”, ha affermato. Per quanto riguarda, invece, i movimenti verso la Lega sono da tenere d’occhio Cristiano Anastasi e Fabio Di Micco entrambi morosi nei versamenti rispettivamente da fine 2018 e da marzo.  

Dal punto di vista della tenuta del Governo, non sono tanto un problema le defezioni verso il gruppo Misto dal momento che lo stesso Lorenzo Fioramonti punterebbe a costituire un gruppo parlamentare autonomo (servono 20 deputati) per lanciare Eco, la sua nuova creatura verde e ambientalista. Quello che spaventa, sono i cambi di casacca verso la Lega che toglierebbero sicuramente ossigeno al Governo. Al momento infatti sono solo cinque i voti di scarto al Senato, numero che potrebbe cambiare dopo le elezioni suppletive nel collegio Napoli - San Carlo dell'Arena, necessarie a seguito del decesso del senatore Franco Ortolani, eletto con il M5S due anni fa. Il M5S e il PD non presenteranno un candidato comune e le Parlamentarie pentastellate hanno definito il candidato per l’elezione suppletiva e si tratta di Luigi Napolitano, 42enne ingegnere, compagno di studi di Luigi Di Maio ai tempi della Federico II, già candidato ma non eletto alle scorse Europee. 

Alla Camera e al Senato

L’Aula della Camera si riunisce alle ore 9.30 per lo svolgimento delle interpellanze urgenti, mentre in Aula del Senato alle 10.30 avranno luogo le Comunicazioni del Presidente

 



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