Meloni vede Cingolani e sente il presidente ucraino Zelensky

Per Giorgia Meloni “la questione energetica adesso è quella più preoccupante”; si spiegano così anche i continui contatti con Palazzo Chigi e in particolare col Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, ieri alla Camera per incontrare la presidente di Fdi e fare il punto sulle dinamiche in discussione in sede europea per contenere il prezzo dell'energia. “Io mi sto impegnando fortemente per passare tutto quello che noi stiamo facendo anche al futuro Governo perché su questa cosa ci deve essere una continuità dell'Italia a livello internazionale, nella speranza di non perdere nemmeno un giorno nel passaggio. E devo dire che ho trovato anche molta ricettività dall'altra parte” dice il Ministro dal salotto di Bruno Vespa, imposta dai tempi ristretti con cui bisogna fare i conti per fronteggiare il caro bollette. Non a caso da giorni la presidente dei Conservatori europei afferma che “bisogna fare presto”. Anche per questo è impegnata in quella che ha definito “una transizione ordinata” con l'esecutivo uscente al lavoro da mesi a Bruxelles sulla complessa trattativa legata al price cap europeo. Una misura che, ha avvisato Cingolani, se anche venisse applicata comunque non produrrebbe effetti immediati: “Nella migliore delle ipotesi ci vorranno due-tre mesi prima che le bollette tornino a scendere”. 

Troppi per restare a guardare. Ecco perché all'orizzonte si staglia un quarto decreto Aiuti. “Bisogna capire come affrontare questi tre mesi, è la materia sulla quale stiamo prioritariamente lavorando noi ora”, ha ricordato Meloni, convinta però che la soluzione debba arrivare a livello comunitario: “La crisi energetica è una questione europea e come tale deve essere affrontata”, ha ribadito via social ricordando che “il vero compito dell'Ue dovrebbe essere quello di gestire le grandi sfide continentali difficilmente affrontabili dai singoli Stati membri. Azioni di singoli stati tese a sfruttare i propri punti di forza rischiano di interferire nella competitività delle aziende e creare distorsioni nel mercato unico europeo”. Il ragionamento porta a una sola conclusione: “Sosterremo in Europa ogni azione volta a contrastare i fenomeni speculativi e gli ingiustificati aumenti del costo dell'energia e appoggeremo ogni iniziativa condivisa di concreto aiuto a famiglie e imprese”. 

Tra le telefonate di giornata avute da Meloni, di particolare rilievo quella con il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky che si è congratulato per la vittoria alle elezioni e si è detto certo di poter contare su una proficua collaborazione con il prossimo Governo italiano. Zelensky inoltre ha formulato l'auspicio che Meloni possa recarsi quanto prima a Kiev. Da parte sua Meloni ha ricordato la vicinanza che Fratelli d'Italia e i Conservatori europei hanno dimostrato nei confronti di Kiev fin dal primo giorno della guerra. Inoltre, ha confermato il suo pieno sostegno alla causa della libertà del popolo ucraino, ha ribadito che la dichiarazione di annessione di quattro regioni ucraine da parte della Federazione Russa non ha alcun valore giuridico e politico e ha sottolineato il suo impegno per ogni sforzo diplomatico utile alla cessazione del conflitto. 

La Lega chiede 4 ministeri, tra cui il Viminale, e la presidenza del Senato

La Lega ha ben chiari i suoi obiettivi: quattro ministeri di peso: Interno, Infrastrutture e Trasporti, Riforme (in chiave Autonomia) e Agricoltura, ma anche la presidenza del Senato cui ambisce Roberto Calderoli. Il leader della Lega Matteo Salvini ha riunito alla Camera il Consiglio federale che ratifica le richieste del partito per i ministeri del nascente governo di centrodestra. Nel confronto con i dirigenti leghisti durato circa due ore e mezza Salvini ha indicato anche le priorità che dovranno caratterizzare l'agenda del prossimo esecutivo: interventi contro il caro-bollette in primis, ma anche flat tax e quota 41, con buona pace del no arrivato dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Alla riunione negli uffici della Lega a Montecitorio hanno partecipato i governatori Massimiliano Fedriga (Friuli-Venezia Giulia), Luca Zaia (Veneto) e Attilio Fontana (Lombardia), i capigruppo alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, i tre vice-segretari Giancarlo GiorgettiLorenzo Fontana e Andrea Crippa, oltre ai responsabili regionali. Unanime, come già avvenuto nella riunione con i nuovi parlamentari eletti della settimana scorsa, la richiesta per un bis di Salvini al ministero dell'Interno; i governatori del Nord spingono per l'istituzione di un dicastero per le Riforme che si occupi in particolare dell'Autonomia, la cui guida andrebbe a Roberto Calderoli qualora a palazzo Madama fosse scelto Ignazio La Russa.

Altri ministeri chiave per la Lega sarebbero poi quello all'Agricoltura, per il quale sarebbe in pole Gian Marco Centinaio che ha già ricoperto il ruolo nel governo gialloverde, e quello delle Infrastrutture e Trasporti per il quale si fa il nome di Edoardo Rixi. Di nomi, a parte quello di Salvini al Viminale, “non si è parlato”, assicurano i partecipanti, una versione confermata da Giancarlo Giorgetti che per il momento è dato alla presidenza della Camera: “Siamo pronti a un governo di centrodestra, finalmente scelto dagli italiani, un governo politico che lavorerà per 5 anni, senza beghe e senza litigi come a sinistra si augurerebbero” ha dichiarato Matteo Salvini in un video diffuso al termine del Consiglio; “Priorità assoluta" del prossimo esecutivo, per la Lega, è "bloccare l'aumento delle bollette di luce e gas". Resta fuori dal confronto, invece, il tema della nuova corrente nordista lanciata Umberto Bossi. Il fondatore “è preoccupato per la Lega, perché soffre molto che ci sia una disaffezione soprattutto al Nord”, racconta ai cronisti Paolo Grimoldi, incaricato dal Senatur di dare una struttura al Comitato del Nord insieme all'eurodeputato Angelo Ciocca. Che forma prenderà la corrente lo vedremo nelle prossime settimane, di certo però l’iniziativa è degna di nota ed è la prima, da anni, che apre a una possibile contrapposizione interna.

Meloni tenta di trovare una quadra sul prossimo Governo

Tecnici nelle caselle economiche cruciali, il resto della squadra composta da politici, con pari rappresentanza tra Lega e Forza Italia: Giorgia Meloni continua a lavorare in silenzio al nuovo esecutivo. Per il Mef continua il pressing sull'economista Fabio Panetta che al momento non sembra essere convinto visto che in ballo per lui ci potrebbe essere anche la guida di Banca d’Italia. Se sfumasse la possibilità di Panetta al Mef, ci potrebbe essere Daniele Franco (ipotesi che non piace a parte del centrodestra perché troppo in continuità con il governo Draghi), Domenico Siniscalco o, come terza istanza, Dario Scannapieco, attuale Ad di Cdp. Scannapieco viene considerato, comunque, un uomo di Draghi e spostandosi al governo libererebbe un posto cruciale al vertice di Cassa Depositi e Prestiti. Per definire la composizione dell'esecutivo potrebbe essere decisiva la scelta delle presidenze di Camera e Senato: se fossero assegnate a Fdi, con Ignazio La Russa a Palazzo Madama, e alla Lega, con Giancarlo Giorgetti a Montecitorio, FI potrebbe ambire a un ministero di peso come gli Esteri per Antonio Tajani

Il ministero degli Interni resta la prima opzione per Matteo Salvini, che però nel consiglio federale della Lega ha aperto timidamente anche ad altre ipotesi. Secondo alcuni il leader del partito di via Bellerio potrebbe alla fine accettare anche l'Agricoltura (abbinando, forse, insieme a Tajani, la carica di vicepremier). Nel toto-nomi finisce anche Licia Ronzulli, al centro di un braccio di ferro per il ruolo di ministra della Salute tra gli azzurri e Fdi. La forzista in un'intervista al Giornale stempera: “Non esiste una mia candidatura al ministero della Salute né, di conseguenza, alcun veto. Se ne occuperà il presidente Berlusconi”. Il quale, scommettono in tanti, la inserirà in ogni caso nella lista dei nomi in quota FI, forse per l'Istruzione. Per la Difesa circolano i nomi di Guido Crosetto e Adolfo Urso, con la prospettiva di un Copasir a guida dem (in pole ci sarebbe l'attuale ministro Lorenzo Guerini). In alternativa, il primo potrebbe essere sottosegretario alla presidenza del Consiglio (ma c’è anche l'opzione di Giovanbattista Fazzolari), il secondo guidare l’Autorità delegata per la sicurezza. 

Alla Transizione Ecologica, dopo il faccia a faccia con Giorgia Meloni, spunta dunque anche l'ipotesi di un Cingolani bis: l'attuale ministro, che ha in mano buona parte del Pnrr, andrebbe bene a FI e alla Lega, viste le sue posizioni sul nucleare e sui termovalorizzatori. Per la Giustizia il derby potrebbe essere tra Giulia Bongiorno e Carlo Nordio: se la spuntasse quest'ultimo, la leghista andrebbe alla Pa. Alla Cultura si parla di Fabio Rampelli (quotato anche per le Infrastrutture insieme a Edoardo Rixi e Alessandro Cattaneo) o di Lucia Borgonzoni. Al Viminale, se sarà archiviato il nome di Matteo Salvini, potrebbe rafforzarsi l'idea del leghista Nicola Molteni (già sottosegretario all'Interno) o del prefetto di Roma Matteo Piantedosi. Alla Farnesina, oltre a Tajani, si parla di Elisabetta BelloniGiulio Terzi di Sant'Agata ma anche di Giampiero Massolo

Le correnti del Pd vanno in ordine sparso. Ipotesi prorogatio per Letta

Prima della direzione di domani, nessuno può dire quale rotta prenderà il congresso del Pd. Si attende, in particolare, la data di convocazione dell'Assemblea nazionale, vero starter del percorso congressuale. Fino a questo momento a guidare il dibattito sono le tante dichiarazioni delle diverse correnti interne al partito, che appaiono indebolite in termini numerici e, quindi, anche nel peso specifico dei capicorrente. Lo stesso Enrico Letta non conta che un paio di neo eletti; l’ala sinistra è frammentata tra Nicola ZingarettiAndrea OrlandoAndrea Provenzano e Andrea Orfini: aree che si parlano, ma che non sempre esprimono una linea comune. Resistono Area Dem e anche Base Riformista. Quest’ultima, non a caso è l'unica ad aver già espresso un candidato segretario in Stefano Bonaccini. Ma, anche qui, di certezze ce ne sono poche perché in molti, nel partito, si dicono scettici sul fatto che il governatore dell'Emilia-Romagna accetti di buon grado di correre per la segreteria se ad appoggiarlo ci sarà solo l'area che insiste attorno a Lorenzo Guerini. Le correnti parcellizzate dovranno fare squadra in vista del voto sui capigruppo alla Camera e al Senato: la soluzione sarebbe quella di confermare Debora Serracchiani e Simona Malpezzi fino alla fine del Congresso e la scelta del nuovo segretario che, da prassi, dovrà verificare la scelta del predecessore, confermandola o cambiandola. 

Comunque, si tratta di una questione su cui il Pd deve fare chiarezza il prima possibile, anche per la preparazione dell'opposizione. I lavori per la formazione del governo vanno avanti, le Camere si riuniranno nella loro nuova composizione il 13 ottobre e, nelle ore successive, partirà il giro delle consultazioni. In tre settimane, il Governo potrebbe essere pienamente in carica. Per tutte queste ragioni, si sta facendo strada nelle ultime ore anche l'opzione di una prorogatio del mandato a Letta, almeno per il tempo necessario a portare a termine il Congresso. Dal Nazareno l'ipotesi non è commentata in quanto considerata “figlia dell'horror vacui” che si registra in queste ore. In ogni caso, questa opzione aiuterebbe anche a mettere il partito in condizione di affrontare con maggiore tranquillità le elezioni regionali di gennaio nel Lazio e in Lombardia. Nel Lazio, la maggioranza che governa oggi con Nicola Zingaretti potrebbe marciare divisa: tanto i Cinque Stelle quanto Azione minacciano di andare ciascuno per la propria strada. Anche per questo, l'idea di fare rimanere Letta al Nazareno trova sostenitori trasversali, dentro e fuori i gruppi parlamentari, e potrebbe materializzarsi proprio in Direzione, quando alla relazione del segretario seguirà un lungo dibattito. Quello che si attende è il pronunciamento dei capicorrente; Andrea Orlando ha già fatto conoscere la sua proposta: costituente dal basso; porte aperte al mondo del volontariato, del sindacato, della sinistra diffusa; caratterizzazione del partito sui temi del lavoro e della lotta ai cambiamenti climatici. 



 

 

 

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