L'Ue si scusa con l’Italia. Macron rilancia sul Fondo comune europeo

L'Unione Europea porge le scuse ufficiali all'Italia, promette solidarietà, ma non compie ancora nessun passo verso la definizione del Fondo per la ripresa (possibilmente finanziato dagli Eurobond come vuole Roma). Giovedì è stato il presidente francese Emmanuel Macron a incalzare: serve un Fondo comune o l'Ue come progetto politico crollerà e vinceranno i populisti “oggi, domani e dopodomani”. Ma l'attenzione delle Istituzioni europee è sempre più concentrata sul prossimo bilancio pluriennale, dal quale i vertici di Commissione e Consiglio vorrebbero attingere per far arrivare all'economia europea i miliardi necessari al rilancio. Il dilemma resta dove trovare i nuovi fondi e nell'Ecofin informale di ieri Italia, Spagna, Francia e Portogallo hanno ribadito che servono emissioni comuni di titoli. “È vero che molti erano assenti quando l'Italia ha avuto bisogno di aiuto all'inizio di questa pandemia. Ed è vero, l'Ue ora deve presentare scuse sentite all'Italia, e lo fa. Ma le scuse valgono solo se si cambia comportamento. C’è voluto molto tempo perché tutti capissero che dobbiamo proteggerci a vicenda”, ha ammesso la presidente Ursula von der Leyen davanti alla plenaria del Parlamento europeo. 

C’è ancora tensione nella maggioranza sul Mes. Il M5S non arretra

Bene le scuse della Von der Leyen all'Italia ma ora il premier Giuseppe Conte si aspetta segnali concreti dall'Europa, ovvero che arrivi un via libera alla proposta dei Recovery bond. Il pressing del premier è soprattutto sulla Germania, considerato che l'Olanda non cede di un millimetro. È un pressing anche mediatico per cercare di far capire ai tedeschi che è necessaria una solidarietà europea contro il virus. Sul tavolo del Consiglio europeo del 23 aprile c’è il piano di Bruxelles di legare la partita al bilancio Ue, un piano Marshall che però rischierebbe di avere tempi lunghi. Intanto prosegue lo scontro politico sulla possibilità di accedere o meno al fondo salva Stati. Sarà pur vero che al momento è “un dibattito surreale” come dice il premier Conte e come sostenuto da molti Ministri dem, ma i big del M5S ne fanno una linea Maginot. “Il no al Mes è definitivo, l'Italia non dovrà mai attivarlo”, puntualizza il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, per poi aggiungere: “Se poi si decide di rompere il Mes come un salvadanaio, prendere i soldi e usarli, allora vuol dire che abbiamo rotto il Mes”. L'iceberg insomma non è stato ancora rimosso, seppure il Pd abbia deciso di non dare fuoco alle polveri. 

Salvini e Berlusconi concordano su una tregua dopo lo scontro sul Mes

Per ora viene siglata una tregua, ma i rapporti tra Salvini e Berlusconi restano gelidi. Le distanze sul Mes e sul ruolo della Ue restano inalterate, con il leader leghista che definisce pericoloso lo strumento europeo e l'ex premier che è invece convinto della necessità di farvi ricorso per le spese sanitarie. Tanto che dal Carroccio il giudizio, prima della telefonata di chiarimento tra i due, era tranchant: “Il centrodestra è finito con le parole di Berlusconi sul Mes. Restano tante idee comuni, su molto lavoreremo e voteremo insieme, ma se non siamo d'accordo su questioni dirimenti come la Ue e il Mes, non si può più pensare a una coalizione”. E nella telefonata di giovedì, resasi necessaria perché “Berlusconi sul Mes è stato malconsigliato”, Salvini ha dovuto prendere atto che “le posizioni sono rimaste le stesse”. La telefonata, dal clima cordiale, si è conclusa con l'impegno a non fare ulteriori polemiche, per restare concentrati sull'emergenza sanitaria ed economica e a sentirsi più spesso. Subito dopo, il leader leghista ha sentito anche Giorgia Meloni. Scarsa soddisfazione il leader leghista l'ha avuta anche dal Quirinale, tirato in ballo esplicitamente per ottenere un voto sul Mes prima del Consiglio Europeo, ma la consuetudine, per i Consigli informali come sarà quello del 23 aprile, è di un'informativa, non di un voto.  

La task force è al lavoro per mettere in piedi la fase due

La task force guidata dall'ex Ad di Vodafone Vittori Colao consegnerà il “piano per la ripartenza” direttamente al premier Giuseppe Conte entro il week end: “Sarà lui a decidere”, spiega un componente della squadra. La Commissione per la fase due dell'emergenza sanitaria però intende sottrarsi dalle polemiche politiche ed evitare di finire nel tritacarne dei partiti; ecco il motivo per cui si punta sul “low profile”: si definirà un progetto che comprenderà, tra l'altro, apposite applicazioni per le autocertificazioni e il tracciamento di chi è stato contagiato, orari flessibili di lavoro, ricorso massiccio allo smart working e la possibile riapertura prima del 3 maggio di alcune attività produttive (il settore dell'auto, della moda e della meccanica per esempio) ma poi toccherà al presidente del Consiglio, anche sulla base dei pareri del comitato tecnico-scientifico, valutare il da farsi. Per il momento, molti Ministri si affannano a ripetere che siamo ancora nella fase uno, che occorre aspettare, che sarà necessario convivere con il coronavirus. Ma il pressing affinché si acceleri sulla fine del lockdown è sempre più forte. Nella maggioranza affiorano i malumori sull'incertezza di un piano di rilancio, sull'indeterminatezza dei ruoli dei diversi Comitati che si sono formati in queste settimane e si comincia a percepire la distanza tra mondi chiamati a collaborare.  Tecnici, economici, politici: “Non si capisce chi deve fare cosa.  

Proseguono le tensioni tra Governo e le Regioni del nord

Sul Mes, al di là delle fibrillazioni continue tra Pd e M5S, per ora è solo la Lega che sta cercando di seminare delle trappole al Senato puntando a mettere in difficoltà la maggioranza con un voto sulla relazione del premier Giuseppe Conte quando la settimana prossima svolgerà la consueta informativa in vista del Consiglio Europeo. La tensione tra il partito di via Bellerio e le forze che sostengono l'esecutivo è sempre più alta: Matteo Salvini difende l'operato del governatore Attilio Fontana dagli attacchi dei dem sul dramma delle Rsa e dei pentastellati secondo i quali il modello lombardo è fallito. “È un attacco al cuore del sistema Lega”, dicono i dirigenti del Carroccio, e il partito di via Bellerio per questo motivo ha fatto partire una campagna social e minaccia di ricorrere a livello legale per la diffusione di quelle che vengono considerate delle vere e proprie fake news. Inoltre fa quadrato anche su Luca Zaia che, così come Fontana, punta a riaprire tutto dal 4 maggio (l'ipotesi in Lombardia è quella di spalmare il lavoro non su 5 ma su 7 giorni). Le Regioni del nord, soprattutto quelle governate dal centrodestra, spingono ma il Governo continua a invocare prudenza e insiste sulla necessità di una regia nazionale; la stessa richiesta arriva dai sindacati. 

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Settimana Politica 11 - 17 aprile 2020



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