Letta vede Renzi, inizia il disgelo ma sulle alleanze le posizioni restano distanti

Sette anni dopo Enrico Letta e Matteo Renzi si sono incontrati di nuovo. Le distanze restano, anche se ovviamente non riguardano l'approccio nei confronti del governo Draghi: il punto è la prospettiva che i due leader immaginano per i propri partiti e per il sistema politico nel suo complesso: Letta punta a un nuovo bipolarismo, di fatto, tra centrodestra “normalizzato” da un lato e centrosinistra allargato a M5S e guidato dal Pd, Matteo Renzi ha in mente altro, continua a immaginare uno spazio centrale a metà tra Lega e Fdi da un lato e M5S dall'altro, dove collocare Italia Viva, un'area aperta agli altri moderati, compresi quelli di Forza Italia. Renzi, parlando in tv, lo dice chiaramente: “Sui 5 stelle io e Letta abbiamo un'opinione diversa, ma era noto”. Ma non si tratta semplicemente di una diversità di valutazioni sul M5S, appunto, sono di fronte proprio due idee molto differenti del futuro assetto politico del Paese. Il leader di Iv è chiaro: “Io credo che da qui al 2023 non voglio stare né con Salvini e Meloni ma nemmeno con grillini e populisti a sinistra, questo è il posizionamento di Italia viva”. Il segretario Pd, invece, ha già spiegato che considera cruciale l'alleanza con i 5 stelle per puntare a vincere le elezioni, sia le prossime amministrative che le politiche del 2023. Certo, con un “Pd leader”, ha chiarito. E, in ogni caso, “la leadership la decideremo quando capiremo come si organizzerà l'alleanza. Chi prenderà più voti avrà il diritto di esercitare la leadership”. 

Un nodo tecnico ferma ancora il ddl omofobia. Intanto Lega e FdI fanno muro

Questa volta è un cavillo tecnico a stoppare ancora una volta l'iter al Senato della proposta di legge contro l'omofobia; toccherà alla presidente Elisabetta Casellati sciogliere il nodo. La mossa leghista fa conquistare tempo, mentre il partito di via Bellerio continua a fare muro contro il ddl Zan ritenendolo lesivo della libertà di pensiero. Per il no alla legge, al fianco della Lega, si schierano Fratelli d'Italia e la maggioranza di Forza Italia, al cui interno però coesistono sensibilità diverse. A spingere sull'approvazione definitiva del provvedimento sono Pd, M5S, Leu e anche Iv: i numeri, dunque, ci sarebbero anche al Senato ma tirare dritto nonostante il no di due partiti della maggioranza rischierebbe di creare tensioni ulteriori tra le forze politiche che sostengono il governo di Mario Draghi in un momento in cui già si registrano diversità di vedute sul tema delle riaperture. 

Pd e M5S si confrontano sulle amministrative ma su Roma non c’è accordo

L'asse fra il Pd e il M5S tiene a Napoli, è in salute a Bologna e ha buone possibilità di concretizzarsi a Torino. Su Roma, invece, in pochi ci scommettono. Le amministrative di ottobre saranno il primo campo di prova di quell'alleanza di centrosinistra con i Cinque Stelle che il segretario Pd Enrico Letta sta cercando di tessere, trovando sponda nel capo in pectore del Movimento Giuseppe Conte. Più problematico il rapporto con Italia Viva: Matteo Renzi, che è fermo sul “mai con i 5 Stelle”, punta su Carlo Calenda nella Capitale e Isabella Conti per Bologna. Il nodo Roma resta il più difficile da sciogliere: il Pd non è intenzionato ad appoggiare Virginia Raggi. In assenza di un cambio di strategia del M5S non c’è possibilità di accordo. Agli altri alleati di centrosinistra, i dem propongono di scegliere il candidato con le primarie. L'ex ministro dell’economia Roberto Gualtieri ha dato la sua disponibilità: anche se fra i dem si continua a coltivare la speranza su Nicola Zingaretti. A Bologna centrosinistra e M5S dovrebbero convergere sull'attuale Assessore alla cultura Matteo Lepore (Pd), anche se in campo c’è pure un altro assessore dem, Alberto Aitini. L’alleanza M5S e Pd è probabile a Napoli: per il candidato sindaco c’è un pressing sul presidente della Camera Roberto Fico. A Torino, invece, i giochi sono aperti: Pd e M5S si stanno studiando, ma non c’è accordo sul nome.

Per il Recovery la regia sarà a palazzo Chigi ma ci sono anche le task force locali

Prende forma la governance del Piano di ripresa e resilienza che l'Italia, assicura il premier Mario Draghi, presenterà entro il 30 aprile. Una occasione “unica”, “storica”, dice il presidente del Consiglio a sindaci e governatori, per “cambiare tutto” e tornare “credibili” sulla capacità di realizzare gli investimenti e non sprecare le risorse. Bisogna “spendere e spendere bene” incalza il premier, illustrando le prime mosse, dall'alta velocità al Sud agli asili nido e un piano Marshall per gli aiuti alle fasce più povere, dalle case popolari al recupero delle strutture sportive, all'accelerazione da imprimere alla ricostruzione post-sisma fino al rilancio del turismo anche grazie alla spinta di servizi digitali. Certo, la scrematura dei progetti ancora non è terminata e il piano sta cambiando molto, in particolare su “verde e digitale”.  

La Commissione Ue, negli scambi informali e pressoché quotidiani, sta chiedendo a sua volta delle correzioni e blocca alcune idee che si traducono in spesa corrente o non sono funzionali alle riforme, quella della P.a. prima di tutto ma anche di giustizia e concorrenza. Il nuovo Piano, che il Governo presenterà al Parlamento prima dell'invio a Bruxelles con delle comunicazioni prima della fine di aprile, presenterà quindi “forti elementi di discontinuità” in alcune aree rispetto alla versione firmata da Conte e Gualtieri: le priorità trasversali restano donne, giovani e rilancio del Mezzogiorno ma all'interno delle sei missioni si partirà da alcuni capitoli: su tutti la diffusione capillare della fibra ottica e la digitalizzazione, e la tutela del territorio e delle risorse idriche sul fronte della transizione ecologica, con i fari puntati soprattutto sulla prevenzione e il contrasto del dissesto idrogeologico. Altra priorità la scuola, con la modernizzazione e la messa in sicurezza degli istituti, il rafforzamento dei servizi per la prima infanzia per favorire il lavoro delle donne e una “vera” parità di genere

La governance del Piano sarà sviluppata su due livelli: ci sarà una struttura di coordinamento centrale, che avrà il compito di supervisionare l'attuazione del piano e sarà anche responsabile dell'invio delle richieste di pagamento a Bruxelles. La struttura, in sostanza, sarà quella che riceverà il denaro dalla Commissione Europea e lo darà “agli enti attuatori a seconda dei lavori in corso. Gli enti danno poi riscontro dei pagamenti”. Ma saranno poi le singole amministrazioni a essere “responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme” e tra loro dovranno trovare un coordinamento. Tutto il processo sarà poi garantito da un pacchetto di semplificazioni delle procedure su cui sono al lavoro tutti i ministeri in prima linea, dalla Transizione ecologica e digitale alla PA, che sarà accompagnato anche da uno snellimento delle procedure contabili via decreto ministeriale del Mef, come ha assicurato il sottosegretario Alessandra Sartore.  

Dopo l’incontro con Draghi, Salvini è fiducioso sulle riaperture 

Tre quarti d'ora a colloquio con Mario Draghi e Matteo Salvini esce “fiducioso” da Palazzo Chigi, festeggiando davanti alle telecamere una “condivisione” di massima con il presidente del Consiglio sul tema delle riaperture delle attività chiuse per contrastare i contagi da Covid, da valutare “nella seconda metà di aprile, in base ai dati”. Condivisione in parte confermata da Draghi che, in conferenza stampa, parla di attesa per “riaperture in sicurezza”. Matteo Salvini appare comunque soddisfatto: “È stato un incontro molto utile, positivo, costruttivo. Abbiamo parlato di salute e lavoro, le uniche due emergenze di cui la Lega si sta occupando”, afferma. “Riaprire dalla seconda metà di aprile per me non è un diritto, ma un dovere”, aggiunge. "Chiediamo che i dati scientifici valgano sempre, perché crediamo nella scienza. Se valgono i dati scientifici per le chiusure, la stessa scienza deve valere dove i dati migliorano, dalla chiusura si può tornare alla riapertura. Dove ci sono città oltre la soglia del rischio, cautela, prudenza e pazienza. Ma laddove ci sono parametri scientifici da giallo, una riapertura, sempre in base a soglie, distanze e cautele, deve essere calendarizzata, secondo noi già dalla seconda metà di aprile”, aggiunge. “Non si può vivere in rosso a vita

Volpi propone le dimissioni dei membri del Copasir per sbloccare l’impasse 

Raffaele Volpi, a sorpresa, apre la prima seduta del Copasir e propone la sua via d'uscita dall'impasse che blocca il Comitato da oltre due mesi: dimissioni di massa per consentire “una ricomposizione dello stesso con cinque esponenti dell'opposizione, permettendo quindi tra essi la libera scelta del presidente”; non solo, il leghista propone anche di lavorare ad una modifica della legge. Parole lette come uno spiraglio da FdI: ora sta a Giorgia Meloni e Matteo Salvini risolvere la questione, magari in occasione del vertice che il centrodestra dovrà fissare per parlare delle amministrative. Ma la soluzione è ancora lontana, innanzitutto perché l'ipotesi delle dimissioni di massa non convince diversi esponenti della maggioranza: si teme, infatti, un ridimensionamento della presenza nel Comitato, una volta che i presidenti di Camera e Senato procederanno alla ricomposizione dell'organismo, sulla base delle proporzioni numeriche. Il tema era già stato affrontato proprio da Fico e Casellati che, nella lettera inviata a Volpi, hanno sottolineato la questione del sovradimensionamento. Quanto all'ipotesi di aumentare di due l'attuale numero dei componenti del Copasir (in tutto 10, come dispone la legge), non appare una strada di facile percorribilità. Dunque, al momento non sembra profilarsi una soluzione nell'immediato. 

 I sondaggi della settimana 

Negli ultimi sondaggi realizzati dall'Istituto SWG, la Lega di Matteo Salvini rimane stabile attestandosi al 22,8%. Discorso simile per il Movimento 5 Stelle. Il consenso del partito guidato da Giuseppe Conte rimane stabile al 17,5%. La Lega resta il primo partito del Paese con una distanza dal secondo (PD) di 4,4 punti, mentre il gap rispetto al FdI si attesta a 5,2 punti.

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Nell’area delle sinistre, i Verdi perdono terreno (1,9%) mentre Sinistra Italiana e MDP Articolo Uno si attestano rispettivamente al 2,7% e al 1,7%. Nell’area centrista, +Europa si ferma all’1,8%, così come Italia Viva che rimane al 2,4%. Azione invece torna a crescere fino al 3,5%. In leggero affanno il Partito Democratico che si attesta al 18,4%. Nell’area del centrodestra, Fratelli d’Italia non fa registrare grossi cambiamenti (17,6%), mentre Forza Italia guadagna qualche decimale (6,8%). In picchiata il consenso di Cambiamo!, che si ferma all’1%.

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Negli ultimi sondaggi, i partiti che appoggiano il Governo Draghi raccolgono il 77,8% nelle intenzioni di voto, mentre il centrosinistra formato da PD, M5S e MDP raggiunge il 37,6%. La coalizione del centrodestra unito, invece, il 48,2%, mentre il rassemblement dei partiti di centro (Azione, IV e +Europa) si attesta al 7,7% dei consensi. 



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