Presidente Banca d’Italia Visco: dimissioni anticipate non all'Odg

Una rinuncia in anticipo per assicurare la carica di governatore della Banca d'Italia al fronte anti-populista e sottrarlo alle incertezze del dopo voto nel 2023. L'ipotesi, lanciata dal quotidiano il Foglio, è stata subito smentita dall’'istituto centrale: dimissioni del governatore Ignazio Visco “non sono all'ordine del giorno”. Lo scenario ipotizzato vedrebbe l'uscita di Visco a ottobre, a un anno dalla scadenza naturale del mandato, in modo che sia Mario Draghi a nominarlo. Il premier, dal vertice di Elmau, ha negato un suo ruolo nella faccenda. Di certo è che la nomina del governatore, dopo lo scandalo Fazio e la nascita della Bce, segue un iter che vuole assicurarne l'indipendenza e l’imparzialità. Il Cdm, infatti, dopo aver ricevuto il parere del consiglio superiore della Banca d'Italia, delibera un nome che viene proposto al presidente della Repubblica per la firma. 

Un meccanismo che può però provocare tensioni nella maggioranza di governo come accadde nel 2017, quando l'allora segretario del Pd Matteo Renzi voleva un ricambio e i suoi ministri di riferimento non parteciparono alla votazione. Oppure un quasi stallo come nel 2011 quando appunto il nome di Visco (all'epoca vice dg) venne scelto come mediazione visto che il dg Fabrizio Saccomanni non aveva il 'placet' della Lega, la quale puntava invece su Vittorio Grilli. L'Italia, visti anche i recenti sommovimenti dello spread, resta un sorvegliato speciale dei mercati per via del suo alto debito. E la Bce, già sotto tiro da parte di politica e governi, vuole indipendenza dei suoi componenti. Degli 'outsider' poco ortodossi alla guida della banca centrale non sarebbero così ben accolti. Uno scenario che le dimissioni premature di Visco eviterebbe: resta da capire chi sarebbe il successore. Tendenzialmente la banca preferisce la soluzione interna con la promozione del dg, ma sarebbe possibile anche la nomina di un esterno con una esperienza in Banca d'Italia come Fabio Panetta (ora alla Bce) che peraltro ha mantenuto con la politica rapporti istituzionali continui. 

La Bce è a lavoro sullo scudo anti-spread

Prende forma lo scudo anti-spread, o almeno una prima forma. A partire da luglio, infatti, la Bce fermerà il bazooka monetario in attesa di alzare i tassi d'interesse. Facile immaginare che, in assenza di un sostegno adeguato, i rendimenti dei Btp vadano alle stelle ampliando il differenziale con il bund. Il pericolo del possibile rialzo dei tassi d'interesse a partire dal mese prossimo, come annunciato dalla Lagarde, sarà quello di una nuova esplosione degli spread come nel 2011. Da qui l'urgenza di trovare una soluzione acquistando le emissioni dei paesi sotto il tiro per arginare la speculazione. I 19 Paesi dell'Eurozona saranno divisi in tre blocchi: nella parte bassa i membri del club che si trovano nel mirino della speculazione, in quella più alta i membri più forti, al centro, in una posizione sostanzialmente neutrale, tutti gli altri. La fascia di vigilanza speciale è composta da Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Nel blocco dei migliori ci sono le economie più solide: Germania, Francia e Olanda. Mensilmente la graduatoria sarà rivista. La novità è che la BCE potrà effettuare investimenti asimmetrici, così anziché acquistare titoli tedeschi (o francesi e olandesi) nella stessa quantità di quelli scaduti, potrà investire in Btp, Bond spagnoli e titoli portoghesi e greci. In questo modo i rendimenti tenderanno a livellarsi evitando sfasature pericolose. 

Altro discorso per lo scudo vero e proprio. Il testo adottato dall'Eurogruppo propone di utilizzare il fondo salva-stati condizionandole alle “raccomandazioni specifiche per paese” della Commissione Ue, e alla firma di un Memorandum d'intesa. In Italia, alcuno partiti della maggioranza come Lega e M5S sono nettamente contrari all'ingresso dell'Italia nel meccanismo salva-stati. Da qui le difficoltà politiche di cui Christine Lagarde è ben consapevole quando spiega che lo scudo dovrà essere “efficace, ma allo stesso tempo proporzionato e con sufficienti garanzie per preservare lo slancio verso una sana politica di bilancio”. Dovrebbe essere collegato a condizioni meno severe come quelle del Next Generation Eu o della Commissione Ue. Lagarde ha rilevato che in passato ha avuto senso collegare strumenti come tassi di interesse e acquisti di titoli, ma “ora che l'alta inflazione è la sfida principale ci sono argomenti nel tornare a separare gli strumenti di policy”. Per questo si parla con sempre maggiore insistenza dell'Omt (Outright Monetary Transactions), un programma che consente l'acquisto, da parte della Bce, di titoli di Stato degli stati in difficoltà sul mercato secondario, a certe condizioni. Per essere attivato, però deve essere espressamente richiesto dallo Stato che si trova in crisi. Una condizione che i governi ben difficilmente sono pronti ad accettare. Tanto più che, in ogni caso ci sarà necessariamente un codice di buona condotta da adottare. 

Pil: Istat, crescita nazionale 2021 +6,6%, traina Nord-Ovest con 7,4%

Nel 2021 la ripresa economica è stata più marcata nelle aree maggiormente colpite dalla crisi del 2020. A fronte di una media nazionale del +6,6%, il Prodotto interno lordo è cresciuto in volume del 7,4% nel Nord-ovest e del 7% nel Nord-est. A trainare la ripresa nelle ripartizioni del Nord è stata l'Industria in senso stretto (+12,8% al Nord-ovest e +13,1%  al Nord-est) e le Costruzioni, che hanno segnato una crescita del 22,8% al Nord-ovest. L'aumento del Pil è stato meno accentuato della media al Centro (+6%) e al Sud (+5,8%), nonostante in quest'ultima area si sia registrata la performance migliore delle Costruzioni (+25,9%) e dell'Agricoltura (+3,6%). Il recupero dell'occupazione, al contrario, è stato caratterizzato da una maggiore dinamicità del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese dove gli occupati sono cresciuti dell'1,3 per cento, a fronte del +0,5 per cento nel Nord-ovest, +0,2 per cento nel Nord-est e +0,3 per cento al Centro.

Inflazione: Istat, accelera e arriva a +8%, mai così alta dal 1986

Secondo l’Istat, le tensioni inflazionistiche continuano a propagarsi dai beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi, pertanto i prezzi al consumo al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo, +3,8%) e al netto dei soli beni energetici (+4,2%) registrano aumenti che non si vedevano rispettivamente da agosto 1996 e da giugno 1996. Allo stesso tempo, l’accelerazione dei prezzi degli alimentari spinge ancora più in alto la crescita di quelli del cosiddetto carrello della spesa, a +8,3%, mai così alta da gennaio 1986 (+8,6%). 

Secondo l’Istat, in un quadro di tensioni inflazionistiche, l’ulteriore accelerazione della crescita su base tendenziale dell’indice generale dei prezzi al consumo si deve prevalentemente da una parte ai prezzi dei beni energetici, la cui crescita passa da +42,6% di maggio a +48,7%, e in particolare degli energetici non regolamentati (da +32,9% a +39,9%; i prezzi di quelli regolamentati continuano a registrare una crescita elevata ma stabile a +64,3%); dall’altra parte ai beni alimentari, sia lavorati (da +6,6% a +8,2%) sia non lavorati (da +7,9% a +9,6%). L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto a diverse componenti e in particolare ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (+6%), dei servizi relativi ai trasporti (+2%), degli alimentari lavorati (+1,7%), dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+1,3%) e dei beni non durevoli (+0,7%). L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +6,4% per l’indice generale e a +2,9% per la componente di fondo. Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra un aumento su base mensile dell’1,2% e dell’8,5% su base annua (da +7,3% nel mese precedente).

Lavoro: Istat, a maggio meno occupati e disoccupati, ma inattivi oltre pre-Covid

A maggio scende il numero di occupati e disoccupati, ma sale quello degli inattivi, che arriva al 34,8%, superando leggermente i livelli pre-covid. L’Istat segnala come, dopo la forte crescita degli ultimi tre mesi, a maggio il numero di occupati cali sotto i 23 milioni, a causa della diminuzione dei dipendenti permanenti. Il tasso di occupazione scende al 59,8% (-0,1 punti). Una diminuzione che riguarda entrambi i sessi, i dipendenti permanenti e le persone di età compresa tra i 25 e i 49 anni. Al contrario, l'occupazione aumenta invece per gli autonomi, i dipendenti a termine, gli under25 e gli ultracinquantenni. Anche il calo del numero di persone in cerca di lavoro (-2,1%, pari a -44mila unità rispetto ad aprile) coinvolge sia gli uomini sia le donne e si estende a tutte le classi d’età ad eccezione dei 25-34enni. Infine, il tasso di disoccupazione scende all’8,1% nel complesso (-0,1 punti), arrivando al 20,5% tra i giovani (-2,1 punti). Discorso diverso sugli inattivi: in generale aumentano tra i 15 e i 64 anni (+0,4%, pari a +48mila unità), ma sono di più gli uomini e i 25-34enni. Numeri che per Confcommercio segnano una “significativa battuta d'arresto per il mercato del lavoro che si accompagna a una contrazione più consistente delle persone in cerca di occupazione e ad un incremento degli inattivi, sostanzialmente del medesimo ammontare. Dati che evidenziano una fase di scoraggiamento che riduce il numero di quanti si offrono sul mercato”. 

L'Ufficio studi avverte di come i prossimi mesi saranno decisivi per stabilire le prospettive a breve-medio termine dell'economia italiana. Inquieti anche i sindacati, con Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, che sottolinea la necessità di uno sforzo proattivo dalla politica per arginare il precariato, soprattutto per i giovani per cui è necessario “valorizzare il contratto di apprendistato”. Le fa eco il leader di Ugl, Paolo Capone, che vuole scongiurare l’ennesima crisi dopo quella del Covid auspicando politiche attive, aggiornamenti delle competenze per accompagnare la transizione digitale, investimenti infrastrutturali ad alto moltiplicatore del Pil e misure di carattere espansivo a sostegno della crescita, minata da prezzo energetici e delle materie in rialzo causa guerra. 



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