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Aggiornato il 22 Jun 2018 4:16 pm

I risultati del 4 marzo

Domenica 4 marzo si sono tenute le Elezioni Politiche per il rinnovo del Parlamento e, in contemporanea, le Elezioni Regionali nel Lazio e in Lombardia.

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Per le consultazioni politiche, hanno votato, nelle 61mila sezioni elettorali, il 72,9% degli elettori alla Camera (-2,3% rispetto alle elezioni del 2013) e il 72,9% degli elettori al Senato (-2,2 rispetto al dato del 2013).

Si tratta del risultato più basso della storia repubblicana per una elezione politica nazionale. Un calo, ma non un crollo rispetto alle precedenti e con una leggera riduzione della distanza storica fra le regioni del centro nord, tradizionalmente con un'affluenza più alta di quelle del Mezzogiorno.

La regione nella quale si è votato di più è stata l’Emilia Romagna (78,9%) seguita dal Veneto (78,8%), dalla Toscana (77,3%) e dall’Umbria (77,9%). Chiudono la classifica la Sicilia (63%), la Calabria (63,5%), seguita dalla Sardegna (65,7%).

I risultati del voto

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Il voto del 4 marzo segna uno spartiacque nella recente storia politica europea. Per la prima volta, partiti espressione del sentimento anti-establishment raggiungono la maggioranza assoluta dei voti. In particolare, il Movimento 5 Stelle si impone come prima forza del paese con il 32,7% dei voti, superando di gran lunga il secondo partito più votato, il Partito democratico (18,7%).

Il risultato negativo del Pd è amplificato dall’esplosione della Lega che arriva al 17,4%, a 450mila voti dall’essere la seconda forza del paese. Completano il risultato della coalizione di centrodestra, Forza Italia con il 14% dei voti, Fratelli d’Italia con il 4,3% e Noi con l’Italia-Udc che raggiunge l’1,3%, non abbastanza per eleggere parlamentari nel riparto proporzionale ma sufficiente per contribuire al risultato della coalizione 

Per il centrosinistra si tratta di un’elezione negativa dato che nessuna delle liste alleate del Pd riesce a superare la soglia di sbarramento del 3%: solo +Europa, con il 2,6% porta in dote un pacchetto di voti che vanno a rimpinguare il bottino del Pd. Tra i partiti minori non coalizzati, infine, solo Liberi e Uguali elegge parlamentari grazie al 3,4% dei voti ottenuti a livello nazionale, mentre Potere al Popolo, Casapound e Il popolo della famiglia rimangono fuori dal Parlamento che si insedierà il 23 marzo.

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La coalizione di centrodestra raccoglie il 37% dei consensi in linea con quanto previsto dai sondaggi pubblicati prima del divieto di diffusione. Quello che i sondaggi non avevano compreso pienamente è la netta affermazione della Lega che sopravanza Forza Italia in modo netto.

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Matteo Salvini, spostando il partito su posizioni nazionaliste e di destra radicale, ha portato il movimento fondato da Umberto Bossi ad un incredibile 17,4%, aumentando di più di 13 punti il risultato del 2013 superando di gran lunga il suo massimo (un 10,1% nel 1996).

La cosa più interessante da notare è la nazionalizzazione della Lega che ormai è diventata una sorta di “Lega Nazionale”: oltre a superare il miglior risultato di sempre nelle zone tradizionali di insediamento (Pedemontana e Pianura Padana) a Salvini è riuscito lo sfondamento oltre il Po, arrivando intorno al 20% in diverse zone di Emilia Romagna, Umbria e Marche. La Lega è arrivata a raccogliere l’8% anche in zone storicamente difficili come quelle del profondo Sud.lega_pct.png

Forza Italia, pur restando al di sotto della Lega di soli 3 punti a livello nazionale, è primo partito della coalizione solo al Sud, venendo superata dalla Lega anche nella Zona Rossa.

Per la prima volta, si può dire che l’effetto Berlusconi non abbia avuto un peso nel risollevare le sorti del partito.

Testimone di questo è il pessimo risultato di Noi con l’Italia-Udc, il cartello elettorale da lui voluto per intercettare i voti centristi in uscita dal centrodestra.

Infine, raccoglie un risultato leggermente inferiore alle attese, Fratelli d’Italia che soffre la concorrenza della Lega anche al Sud, dove il partito di Giorgia Meloni non raccoglie una quota di voti di molto maggiore alla media nazionale.

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L’affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle lo pone nella condizione di essere il vincitore politico delle elezioni. La straordinarietà della vittoria è data dal fatto che oltre ad essere stato, nel 2013, il partito con il miglior debutto elettorale di sempre, è anche l’unico che è riuscito, alla seconda prova elettorale, ad accrescere il proprio bottino di voti.

Dal punto di vista della geografia elettorale è interessante notare come i voti conquistati dal Movimento al Nord e nella Zona Rossa sia diminuito anche se di poco rispetto ai voti presi nel 2013. Al Sud, invece, si è trattato di una vittoria a valanga, con un aumento del 47% dei voti rispetto alle preferenze ottenute cinque anni fa.m5s_pct.png

In particolare, in alcune regioni meridionali, Luigi Di Maio ha portato il partito a superare agevolmente il 40%, addiritturando sfiorando la maggioranza assoluta in Campania e Sicilia. Questo grande risultato si può spiegare con la risoluzione del dilemma tra voto al partito o al candidato.

Era stato ipotizzato una possibile incertezza nell’elettorato tra il premiare candidati conosciuti a cui si è legati da vincoli clientelari (che avrebbero favorito il centrodestra) e la voglia di esprimere una propria posizione (quella che D’Alimonte su Il Sole 24 Ore ha chiamato “la voglia di protesta o il richiamo della foresta”). Il voto testimonia una totale vittoria della “voglia di protesta” a favore del Movimento 5 Stelle.

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Tra i tanti risultati sconvolgenti di questa elezione c’è senza dubbio anche quello del centro sinistra che mai prima d’ora aveva ottenuto una quota di voti così ridotta.

Il risultato del Partito Democratico, vero ed unico perno della coalizione, è stato estremamente modesto (18,7%). Al Nord non solo ha vinto pochissimi collegi ma è stato letteralmente abbattuto dalla forza del centrodestra e dall’indebolimento provocato dal grande risultato del M5S.

Quella che un tempo era chiamata la zona rossa ha retto a malapena. Il centrosinistra ha perso la Liguria, un parte consistente dell’Emilia Romagna, oltre all’Umbria e alle Marche. La Toscana è l’unica regione dove il centrosinistra regge anche se riduce notevolmente la sua presenza.

pd_pct.pngIl centrosinistra ha perso in tutto il sud. Emblematici risultati in Campania dove il M5S ha raccolto quasi il 50% dei voti, ma anche in Sicilia, Calabria e Basilicata. Quest’ultima, una ormai ex roccaforte di sinistra, ha lasciato il passo ai pentastellati.

Sebbene nessuno dei partiti minori sia riuscito a superare la soglia di sbarramento del 3%, gli effetti del voto hanno provocato l’annuncio delle dimissioni da segretario del Partito Democratico di Matto Renzi. Un addio alla segreteria che però scatterà solamente all’indomani dell’insediamento del prossimo Governo. Per il momento il Pd starà all’opposizione e non darà appoggio parlamentare al centrodestra al M5S per l’avvio del prossimo esecutivo.

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L’obiettivo del partito che annovera al proprio interno i presidenti delle due Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, era quello di rosicchiare quanti più voti possibili alla coalizione di centrosinistra soprattutto in funzione antirenziana. Le previsioni di Liberi e Uguali davano il partito guidato da Pierluigi Bersani, Giuseppe Civati e Nicola Fratoianni intorno al 6-7%.

Il risultato è stato modesto, Liberi e Uguali non ha conquistato nessun collegio uninominale e al proporzionale ha raggiunto il 3,4% dei voti. Contrariamente alle previsioni, Massimo D’Alema non è stato eletto. Nella prossima legislatura LeU potrà contare su circa 14 parlamentari alla Camera e su 6-7 al Senato.

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Elezioni 2018 - i risultati del voto del 4 marzo